Locomotiva a vapore F.S. Gr 910

Chi mi conosce per i precedenti articoli su questo sito saprà che la mia ambizione è quella di autocostruire il maggior numero di modelli di rotabili italiani in scala N partendo da materiali poveri (plastica in fogli, tubetti di rame, cappucci o pulsanti di biro, guaina di filo elettrico ecc.) usando meccaniche altrettanto povere acquistate sul web a livello di parti non funzionanti, telai danneggiati su cui innesto altri particolari provenienti dalla mia scatola dei ricambi: insomma con un paio di decine di euro solitamente raggiungo l’obiettivo. Nella mia personale Pietrarsa mancava un modello molto ambito, poco comune in scala HO e credo mai riprodotto in N, ossia la Gr910.

Vista frontale del modello finito

La sua forma sgraziata e il biellismo montato parzialmente al contrario rispetto al solito non potevano lasciarmi indifferente. Come sempre prima di partire è necessario dotarsi di una buona sequenza di immagini e magari di articoli che descrivano eventuali modifiche o varianti nonché ovviamente i disegni in scala. Il passo successivo è la progettazione che deve essere rigorosa non tanto nella maniacale ricerca dell’esatto numero di chiodi di un pancone o dei raggi della ruota (io  al contrario ho da sempre sposato il concetto di Briano che preferisce un colpo d’occhio convincente a una perniciosa ricerca della perfezione al decimo di mm), bensì l’individuazione del punto più difficile del modello e risolverlo in modo adeguato in modo che il resto diventi davvero un divertimento. In questo caso – ma è quasi sempre così – la meccanica è la parte più complessa perché deve rispondere ad alcuni quesiti che sono diventati la mia check list ad ogni nuovo modello:

Primo piano del telaio e della meccanica Arnold

1) come far stare il motore nella cassa; 2) come prendere corrente sul maggior numero di ruote; 3) dove allocare la massima quantità di zavorra per aumentare il peso del modello che serve sia alla trazione, ma prima ancora alla captazione della corrente; 4) come fissare la cassa al telaio in modo stabile.

La risposta almeno parziale è stata trovata grazie ad un fortunoso acquisto sul web del telaio con ruote, biellismo e prese di corrente della Br 74 Arnold. Ora l’altro ostacolo era il biellismo, ma possedevo la testa a croce completa delle bielle di distribuzione di una br 36 di Arnold e mi è bastato sfilare la testa originale ad una sola slitta e montare a suo posto quella doppia, avendo cura di montare a rovescio le bielle del distributore per avere la famosa distribuzione all’indietro.

Primo piano della distribuzione

Ho poi costruito la sede per accogliere la biella che parte dall’eccentrico posto sull’asse centrale usata per invertire la marcia e che deve anch’essa essere posizionata all’indietro. Si tratta di un semplice tubetto di rame fissato al telaio da entrambe le parti in cui ho infilato un chiodino da modellismo navale che funge da articolazione: per smontare il biellismo per la manutenzione basta sfilare il chiodino dal perno e il gioco è fatto.

Per i cilindri sono partito da quelli originali a cui ho sfilato le bielle e con plastica e stucco ho riprodotto le forme originali tenendo conto della differenza tra lato destro e sinistro a causa della doppia espansione di cui erano dotate queste locomotive. Infine con loctite ho incollato nella corretta posizione le doppie slitte su cui far scorrere la nuova testa a croce.

Perimetro di base della carrozzeria

Per passare al terzo punto ossia la zavorra, la forma delle casse d’acqua si è prestata perfettamente per essere riempita con piombini opportunamente schiacciati per farne stare la massima quantità. Infine il 4 punto: pur con un certo disgusto ho dovuto cedere alla lusinga di una vite che poteva essere inserita nella sede già prevista nel telaio del modello originale e che corrispondeva proprio con la sommità della sabbiera quadrata: mi sono detto che se questo sgarbo all’estetica se la potevano permettere Arnold o Fleischmann…. poteva andare bene anche a me e così ho fatto. Essendo immersa nella superficie della sabbiera ammetto che si nota davvero poco e quindi la coscienza non mi rimorde per nulla.

La carrozzeria prende forma…

Vista interna con la zavorra in sede

La cassa è realizzata in plastica da 0,5 mm (fogli plasticard) mentre la caldaia è un tubo di ottone (per il problema della zavorra) acquistabile in un qualsiasi magazzino di fai da te; il duomo è il solito pulsante di biro opportunamente limato per dare la giusta forma. Le lanterne sono ricavate da tubetti di rame forati con punta da 0,5 mm per inserire il chiodino che simulerà lo sfiato del fanale, riempite di stagno e poi lucidato, e corredate con i classici triangoli di protezione sul vetro, eseguiti sempre in filo di rame piegato con le pinzette. Terminata la verniciatura si posizioneranno le lanterne e con filo di rame piegato attorno allo stelo di un cacciavite da orologiaio si realizzeranno le maniglie che saranno fissate con loctite.

Primo accoppiamento telaio – cassa

Work in progress….

Verniciatura: la cassa è stata ricoperta da primer grigio a bomboletta e poi verniciata sempre a bomboletta con colore nero semilucido di Tamiya.

Vista di lato del modello finito

I cilindri e altri dettagli sono invece verniciati a pennello sempre con colori acrilici. Ad essiccatura avvenuta una passata di trasparente semilucido eviterà ditate inopportune.

Dall’alto di apprezza la foggia singolare del modello

Le ruote sono in rosso vagone dato a pennello, i panconi in rosso segnale e i particolari come le valvole, gli iniettori e le lanterne sono verniciate  a pennello in color bronzo.

Lato sinistro

Vista posteriore

Infine una carrellata di foto in bianco e nero per evocare l’ambiente ferroviario dell’epoca aurea del vapore in cui ha lavorato la nostra locomotiva

Sollevatore per rotabili, detto “Capra”

Ho deciso di realizzare il plastico della mia vita e quindi sto costruendo tutti gli elementi necessari per la stazione, il deposito locomotive e tutti gli altri ambiti scenografici. In questo modo quando avrò deciso la struttura e il tracciato potrò tirar fuori dal cassetto i vari elementi costruiti negli anni come pezzi singoli e assemblarli in modo coerente nell’area di riferimento. Questa volta ho pensato di realizzare una capra, ossia uno strumento che nella realtà serviva al sollevamento delle locomotive a vapore per scopi manutentivi.

Schema di massima dell’elaborato

All’inizio pensavo fosse una realizzazione semplice, ma analizzando il progetto l’ho scoperta una delle più insidiose a causa delle parti inclinate e che nello stesso tempo devono restare parallele tra loro. Per prima cosa ho tagliato quattro profilati a T per le travi di sostegno e le ho fissate nella trave orizzontale che servirà anche da sostegno per il gancio di sollevamento. La massima cura è stata posta come detto per assicurare la verticalità della struttura, l’ortogonalità tra i quattro supporti e l’uguale inclinazione degli stessi.

Struttura di base in profilati di plastica a T

Tutta la struttura così ottenuta è stata immersa in una base di compensato da 2 mm forata in corrispondenza della testa delle travi e incollata in posizione con l’aiuto di squadre a L e bolle per livelle. La parte centrale è stata delimitata da due solchi che faciliteranno la sua asportazione e permetterà di essere collocata a cavallo del binario che accoglierà la struttura.

Struttura posata sulla base di compensato

Ho poi incollato su ognuno dei travi una striscia di plastica su cui ho ricavato le chiodature che corrono lungo tutta la trave. Poi sempre con la stessa plastica ho tagliato una serie di triangoli da fissati orizzontalmente ed equidistanti tra loro lungo le trave sulla faccia esterna. All’interno ho incollato invece dei tiranti che servono al vero da rinforzo alla struttura e sono ottenuti da filo di ottone armonico posti in sede con colla per plastica e poi fissati con loctite dopo averne verificata l’orizzontalità.

Struttura con tiranti orizzontali e tetto curvo chiodato

La trave superiore  ha subito un’apertura al centro per accogliere la puleggia di rinvio del gancio di sollevamento ed è stata ricoperta da un foglio di alluminio da 0,1 mm opportunamente inciso per riprodurre le chiodature e la forma curva sui bordi che si raccordano con le quattro travi verticali. Ho riprodotto la parte degli ingranaggi e del motore sulla scorta di alcune foto che lasciano purtroppo – o per fortuna – spazio alla fantasia e quindi ho usato una ruota di trascinamento dei cingoli di un carro tedesco Mark IV per l’ingranaggio principale di maggior diametro che miracolosamente si adattava ad un piccolo ingranaggio in nylon tratto dalla scatola dei ricambi e che ho fissato sul mozzo del motore elettrico dell’impianto.

Zoom sull’apparato motore della gru

Sull’albero orizzontale che supporta la ruota grande ho avvolto alcune spire di filo elettrico per simulare il rocchetto su cui si avvolgeva il cavo del gancio. Il motore è stato simulato con un cilindro di plastica su cui ho inserito un perno di rame, il tutto poggiante su due zampe a U che tengono sollevato il motore dal terreno di circa 1 mm. Sopra la zona motore ho realizzato la struttura di una pensilina ormai in disuso per dare la sensazione di un impianto in fase di dismissione. Il gancio di sollevamento è realizzato in filo di rame opportunamente sagomato e da due blocchetti di plastica a cui è fissata la puleggia principale. Il filo di sollevamento è stato ottenuto da un cavo di acciaio armonico a cui ho dato la forma mostrata in foto e che si avvolge sulla puleggia secondaria e poi su quella del gancio. In questo modo è assicurata la forma tesa del cavo anche dopo l’incollaggio. L’estremità del cavo è stata fissata all’interno del rocchetto posto sull’albero della ruota principale per dare un senso di continuità tra il cavo avvolto sul rocchetto e quello teso che sostiene il gancio.

Dettaglio del doppio gancio, della puleggia di sostegno e del cavo di trazione del gancio

Fase di incollaggio del gruppo puleggia – gancio – cavo di trazione

Infine la verniciatura: è eseguita a bomboletta, in nero e poi ripassata a pennello con colori acrilici marrone e giallo, abbondantemente diluiti e posati con più passaggi per simulare l’invecchiamento di una struttura sempre all’aperto e probabilmente ormai poco usata.

Di seguito una breve galleria del modello finito e verniciato.

Locomotiva a vapore F.S. Gr. 828 ex FNB 280 ex FNM 280

La forma di questa elegante locomotiva aveva da tempo attratto la mia attenzione e lo scoprire che alcuni esemplari di essa provenienti dalle Ferrovie Nord Milano e vendute alla Biella Novara fossero stati immatricolati nel parco FS sia pur solo amministrativamente dopo l’acquisizione di questa linea e poi accantonate, mi ha fatto decidere la sua riproduzione: con un solo modello avrei avuto ben tre tipi diversi di loco, la 280 presso le FNM, idem presso la FBN e infine la Gr 828 presso le FS.

Modello finito e verniciato

Premetto che si tratta della descrizione di un mezzo fallimento perché nonostante diversi tentativi di motorizzazione sono stato costretto a rinunciarvi, ma da una minaccia può nascere un’opportunità e quindi ecco che subito ho pensato a realizzare una doppia trazione a vapore FNM che sarà oggetto di un prossimo articolo.

Disegno tratto da un introvabile libro sulle FNM di G. Cornolò

La meccanica è frutto di un telaio spoglio con le sole ruote della br 78 su cui ho montato un motore cilindrico da 8 mm di diametro che secondo i calcoli sarebbe stato celato nella parte anteriore della caldaia ed invece la posizione rispetto all’ingranaggio fa vedere tutta la parte inferiore del motore sotto la caldaia in modo inaccettabile.

Telaio con il nuovo biellismo

Anche girando il motore verso la cabina le cose non migliorarono perché la zavorra era inadeguata a garantire la corretta presa di tensione e quindi a malincuore ho dovuto ripiegare verso un modello statico che sarà in futuro agganciato ad un modello di una 290 FNM già in programma.

Il biellismo è la commistione di elementi provenienti da tre loco: la biella a croce è di una loco americana di Atlas Rivarossi, la biella di accoppiamento è della originale  br 78, il meccanismo del cassetto e la biella che lo collega all’eccentrico del secondo asse è della br 39 sempre di Fleischmann. Il tutto condito con alcuni pezzi di mia fabbricazione.

Prime fasi della costruzione in rame della caldaia con le chiodature del forno

La carrozzeria è in plastica mentre la caldaia ed il forno sono stati ricoperti da un sottile foglio di rame su cui ho riprodotto le file di chiodi a lato del forno. Il fissaggio della cassa al telaio avviene con due viti: una tra i cilindri che entra in caldaia e l’altra dopo il terzo asse che lavora sul pavimento della cabina.

Telaio e cassa

Per il resto la tecnica e i materiali sono i soliti di sempre: filo elettrico di rame, guaine di plastica di vario spessore, pulsanti di biro esaurite e plastica di vario spessore.

Telaio e cassa uniti

Meritano un cenno le cornici dei finestrini posteriori – ciechi – la cui forma ovale è stata attenuta avvolgendo del filo di rame sullo stelo di un piccolo cacciavite e poi tagliando la molla ottenuta in modo da avere a disposizione più anelli; poi con le pinzette ho prodotto una pressione ai lati dell’anello fino a ottenere la curvatura richiesta, ho tagliato gli spuntoni di filo che incrociavano sulla cuspide e poi ho pressato il tutto tra i becchi piatti di una pinza; un breve ritocco con lima e pinzette e il gioco è stato fatto.

Le cornici dei finestrini in rame in primo piano

Le foto mettono in mostra le varie materie prime – sempre di uso quotidiano o addirittura di scarto – usate per la costruzione a costo zero.

Modello quasi ultimato visto dall’alto

La verniciatura è sempre a bomboletta di nero semilucido preceduta da una mano di primer anch’esso in bomboletta, mentre le ruote e i panconi sono in rosso vagone e rosso segnale. Alcuni particolari come le valvole Coale, i rubinetti di immissione in caldaia e le lanterne sono in color ottone.

Di seguito una galleria di immagini del modello finito.

Locomotiva diesel F.S. D236

Era già nelle mie intenzioni costruire questa caratteristica locomotiva da manovra delle FS di origine tedesca, ma il fatto che nel frattempo il modello fosse stato messo sul mercato fece venir meno in me la voglia di realizzarlo. Si verificarono però alcune concomitanze impreviste che riportò alla mia attenzione il progetto: un telaio Minitrix senza motore acquistato a pochi euro e il ricordo di una foto molto originale su un libro dedicato alle Ferrovie Suzzara – Ferrara edito almeno 20 anni or sono, in cui si vedeva benissimo il lato sinistro del cassone aperto con ampia visuale sul motore, con le tre paratie aperte. Questi elementi bastarono a far scoccare la scintilla.

Modello finito con motore termico a vista

La motorizzazione è stata eseguita con una vite senza fine proveniente dalla scatola dei ricambi, il motore cilindrico con diametro 8 mm idem e quindi sono partito da lì: dopo aver verificato che la meccanica trapiantata funzionasse a dovere mi sono dedicato alla realizzazione della porzione di motore – finto – che si sarebbe dovuta vedere attraverso le paratie aperte: se non fossi riuscito a realizzare il motore in grado di dare la sensazione delle dimensioni del propulsore e allo stesso tempo stare all’interno del cofano senza interferire con il motore – vero – tutta la fatica di aprire un fianco del cofano metallico sarebbe risultata vano e quindi è sempre bene partire dagli elementi più critici: sistemati quelli il resto sarà divertimento puro altrimenti ci troveremo di fronte ad una frustrazione costante e perniciosa.

Telaio Minitrix e motorizzazione trapiantata

Misurati gli spazi disponibili ho usato plastica da 0,5 mm e 0,3 mm in modo che il complesso desse la giusta sensazione di spessore e potenza e ho corredato con i vari filtri e tubi ottenuti da guaina di filo elettrico e spezzoni di filo di rame. Ovviamente non avevo la minima idea della forma del motore diesel della loco e quindi la foto sul libro di Muratori è stato fondamentale. Lo ripeto: senza un’adeguata documentazione fotografica e bibliografica non si va lontano dalla banalità dei mezzi commerciali.

Motore e portelli: le misure si ricavano dalla carta millimetrata di fondo

Archiviato il finto propulsore (e verniciato) sono passato a tagliare la fiancata in metallo.

Apertura nel cofano

Ho quindi limato i bordi in modo da dare ortogonalità all’apertura e poiché i portelli originali erano inservibili li ho ricostruiti con plastica da 0,3 mm su cui ho fissato una griglia ricavata da una lastra in fotoincisione e li ho fissati sulla fiancata in modo da dare la sensazione dei tre portelli aperti per poter eseguire la normale manutenzione, ma anche solo per migliorare l’aerazione nel mesi più caldi.

motore nel cofano e pertelli al loro posto

La verniciatura è eseguita a pennello con colori acrilici con la livrea degli anni ’50 in coerenza con il mio parco macchine e il mio periodo di riferimento preferito.

Parte posterire con piccoli interventi

Vista di lato con l’ampia visuale sul motore

Credo opportuno sottolineare che questa elaborazione ha molte possibilità di utilizzo in quanto se si desidera usare un telaio senza motore si può benissimo ambientare il modello in un angolo del deposito, usarlo in doppia trazione con una motrice dotata di motore, oppure realizzare un succoso diorama in cui le maestranze si alternano sul praticabile per eseguire la manutenzione del motore: le possibilità della fantasia sono illimitate … dipende solo da noi.

Locomotiva a vapore F.S. Gr 981

A vedere il modello di questa macchina tanto brutta quanto inusuale realizzato in modo così magistrale in HO da MicroMetakit mi spinse alcuni anni or sono  a lanciarmi nell’impresa anche se sapevo che non ne sarei uscito vivo perché non potevo contare sull’esperienza maturata fino ad oggi e  le ruote a mia disposizione non erano del giusto diametro in quanto appartenenti – assieme al relativo telaio – ad una malridotta T3 di Arnold con almeno 40 anni di vita alle spalle. Diciamo che mi sono avvicinato a questa autocostruzione per capirne le difficoltà e quindi superarle quando fossi venuto in possesso di assi adeguati per un modello davvero in scala.

Il modello finito

Come dicevo per il telaio e le ruote sono partito da una base datata in cui ho fissato l’asse centrale in posizione disassata rispetto a quelli estremi semplicemente allargando il foro che accoglie l’asse nel telaio e incollandovi all’interno una piccola losanga di plastica.

Telaio e ruote Arnold con biellismo autocostruito

Le bielle di accoppiamento sono in alluminio così come il resto del biellismo, con spessori differenti.  Poi mi sono dedicato alla riproduzione dell’imponente gruppo cilindri a doppia espansione che serve sia il meccanismo primario sia quello della cremagliera (nel mio caso fisso perché non ho ancora i superpoteri!).

Dettaglio del gruppo cilindri

Come si evince dalle foto è composto da due facce in plastica da 1 mm distanziate da altri profilati in plastica e poi fasciato da una striscia del medesimo materiale. Nei fori di ingresso dei pistoni ho inserito dei piccoli rivetti di ottone per facilitare lo scorrimento degli steli delle bielle a slitta all’interno dei cilindri. La forma “gobba” del gruppo suggerisce che il gruppo a bassa pressione che serve la cremagliera avrà la slitta di scorrimento del relativo biellismo più all’interno di quello principale ad alta pressione.  Ho quindi realizzato il meccanismo a bassa pressione dove la ruota piena, che al vero fa muovere la ruota dentata, è un asse di carro merce danneggiato ed incollato in sede dopo averlo forato per fissare la biella motrice (fissa) che si collega alla relativa slitta, seguita dal resto del biellismo eseguito – viste le dimensioni – con filo armonico di ottone schiacciato.

Bilellismo e zona AP BP

La carrozzeria è in plastica secondo la consuetudine di usare materiali semplici e di basso costo. Il problema era che il motore Arnold usciva dal profilo della cassa e non volendo cambiare motore perché – lo ricordo: questa era una sperimentazione – ho escogitato un trucco indegno ma funzionale.

Cassa in plastica in progress

Ho notato dalle numerose foto in mio possesso che spesso sul retro della cabina era fissato il cartello di fine convoglio a strisce bianche e rosse e quindi ho provveduto a creare un’apertura nel centro della carrozzeria che permettesse al supporto motore di uscire di meno di 1 mm; quindi a verniciatura avvenuta ho incollato il cartello sopra il buco e …il gioco è stato fatto.

Parte posteriore con il foro per il supporto motore

Le chiodature sulle casse d’acqua sono realizzate con il solito metodo dell’incisione inversa su lastra di alluminio con punta da tracciare, mentre i duomi derivano dalla mia collezione di penne biro non più funzionanti opportunamente limate e modificate. Merita un cenno a parte il fumaiolo che è stato tornito con un normale trapano elettrico B&D partendo da materozze di scatole di costruzione. E’ stato forato e al suo interno ho collocato una lunga vite che entra nel gruppo cilindri ed assicura la casa al telaio.

Primo piano del muso e del fumaiolo che cela la vite di fissaggio

Vista posteriore

La verniciatura è a pennello e rispecchia lo schema FS con una passata di color ottone su valvole, bilanciere e rubinetti di mandata.

Primo piano del modello finito

Altre viste dall’alto del modello finito

A lavoro finito devo dire che tutto sommato il risultato non è poi così ignobile – a parte le ruote – e spero con l’ausilio di assi opportuni e dell’esperienza accumulata negli ultimi anni di poter realizzare un modello più consono, magari di una 980, usata oltre che in Calabria anche sulla linea di Volterra.

Sagoma limite F.S. per carri

Questa volta descrivo la costruzione di un apparato che non può mancare in uno scalo merci che si rispetti. La sagoma limite serve per assicurarsi che i carri a pieno carico non superino le dimensioni stabilite per evitare contatti con altri treni incrocianti o collisioni con strutture varie (ponti, gallerie, ecc). Ne esistono di varie fogge e difficoltà costruttive; io ho voluto cimentarmi nella versione forse più complessa, quella con stanti mobili e quindi la difficoltà maggiore è stata quella di rendere davvero girevoli  i riferimenti laterali e superiori.

Modello finito, prima della verniciatura

Ho utilizzato per la struttura verticale fissa un profilato ad H in ottone reperito presso il negozio Amati; l’ho tagliato di misura e incollato verticalmente in due basamenti in legno che andranno collocati ai lati del binario. Alla base ho poi incollato due fazzoletti triangolari di plastica da 0,5 mm per riprodurre la struttura di ancoraggio a terra. Naturalmente il posizionamento risentirà dello spessore della massicciata, ma in questo caso basterà tagliare la basetta di appoggio e separare le due parti della sagoma, posizionandoli specularmente tra loro e alla giusta distanza-altezza dal binario. La parte di sagoma limite superiore e laterale è in profilato a U di ottone anch’esso di Amati. Il profilato è stato prima ridotto di spessore nei bracci orizzontali (vedi foto) e poi inciso con una lima triangolare in modo da fare i tagli necessari alla piegatura: quindi con punta da trapano da 0,5 mm sono stati forati in modo da essere attraversati da un alberino di acciaio armonico che fungerà da cardine.

Dettaglio e rotazione degli stanti

Per completare il tutto ho aggiunto i profili verticali che delimitano l’ingombro laterale: sono in filo di acciaio armonico e sono fissati alla struttura principale con loctite. Sui due montanti ad H ho poi incollato – in alto e in basso – un tondino di rame da 1 mm in cui si andrà ad incernierare l’alberino verticale di cui sopra e che garantirà la rotazione della sagome limite. Per rinforzare l’articolazione ho avvolto i cardini con una fascetta di alluminio e incollato il tutto al montante ad H con loctite. La difficoltà maggiore risiede nel realizzare due semi unità (destra e sinista) perfettamente speculari e allineate verticalmente.

Modello finito. montato su una basetta di legno, separabile per il montaggio sul plastico

Personalmente ho costruito il tutto disegnandolo il modello finito su carta millimetrata e poi adagiandovi i pezzi per verificare le dimensioni e la loro specularità.

Altre due viste del modello finito con evidenza dell’articolazione

La verniciatura è a pennello in nero semilucido: facciamo attenzione che la vernice non coli dentro ai cardani altrimenti si bloccherà tutto. Chi vuole può verniciare con strisce bianche le parti mobili, ma io mi sono accontentato del nero uniforme…….

Fontanelle per stazioni

Avendo finalmente tempo  a disposizione sto progettando e costruendo tutti i particolari inerenti ad una stazione che poi monterò  tra loro quando inizierò seriamente la costruzione del plastico. In pratica è come costruire delle scatole di montaggio tematiche (una per la stazione, una per il deposito locomotive…) e così avrò doppia soddisfazione: nel realizzare i singoli particolari e poi – magari a distanza di mesi o anni – nell’assemblarli tra loro. Questa volta ho pensato alle fontanelle che si trovano sui marciapiedi delle stazioni e che avendo le fogge più varie si prestano ad essere realizzate con i materiali più differenti in funzione della forma che si intende dar loro. Ovviamente potranno essere collocate anche in ambito urbano dando un ulteriore tocco di realismo alle nostre ambientazioni. Nel nostro caso ho pensato a due versioni di fontanella: quella con acqua che scorre liberamente e quella con rubinetto; partiamo da quest’ultima. Io ho usato un semplice profilato Evergreen a sezione quadra piena per lo stelo e uno a sezione quadra più ampia, ma vuoto, per le due vasche. Come sempre le immagini valgono mille parole.

I pezzi che costituiscono la struttura

Ho tagliato di misura lo stelo e l’ho forato per far passare i rubinetti, poi ho ottenuto le due vasche tagliando due “fette” dal profilato vuoto.  Quindi ho fatto un foro su un piano di legno in cui ho infisso le stelo in posizione perfettamente verticale, poi ho appoggiato al piano le due vasche e le ho affiancate allo stelo sotto i fori dei rubinetti e ho incollato i tre pezzi tra loro. In questo modo ho ottenuto una semplice dima che mi permetterà di replicare i pezzi sempre uguali.

I tre elementi uniti

Ad essiccazione avvenuta ho provveduto a verniciare la struttura con una bomboletta con color verde acrilico lucido. Quindi si passa ai rubinetti ottenuti da filo di rame piegato ed infilato nello stelo forato in precedenza. Posizionati i rubinetti da ambo le parti si può aggiungere il pulsante per far scorrere l’acqua: basteranno due piccole fette di guaina di filo elettrico posizionati sulla curva del rubinetto e incollati ed il gioco è fatto. In questo caso suggerisco una passata di color bronzo sui rubinetti per dare un colore uniforme  alla… rubinetteria.

Fontanella posizionata sul suo marciapiede

Per la fontanella con acqua che scorre, il procedimento è uguale fino ai rubinetti, solo non sarà ovviamente necessario il pulsante, mentre ci si dovrà dotare di uno spezzone di fibra ottica che fissata al centro della vasca andrà a collegarsi alla bocca del rubinetto.

… ed ecco l’acqua

Al tramonto……

Avendo cura di dare al getto d’acqua una perfetta verticalità, assicuro che – per chi ci vede davvero bene – il risultato sarà sorprendente.

Colonna idrica F.S. con serbatorio

Rileggendo un vecchio numero di ITreni (il 36) trovai un interessante articolo su un accessorio inusuale: un serbatoio d’acqua con annessa colonna idrica realmente esistente presso l’impianto di Sestri Levante. Potendo contare sui disegni quotati per HO dell’Autore decisi che sarebbe stato un piacevole passatempo in attesa di dedicarmi a qualcosa di più impegnativo. Ho quindi reperito i materiali necessari: una siringa, un tubo di plastica, un pezzo di tubo di rame da 1,5 mm, guaina di filo elettrico, filo di ottone e ritagli di plastica di vario spessore.

I disegni e il modello in costruzione

Ho inizialmente tagliato di misura il serbatoio e ho inciso le fasce orizzontali e verticali di giunzione delle lastre di metallo che al vero ne foderano la superficie esterna; poi ho inciso con punta da tracciare la chiodatura che corre lungo tutte le giunzioni, non in rilievo, ma appunto in negativo, contando sull’effetto ottico dei piccoli fori ravvicinati. Da plastica da 0,5mm ho ricavato i due piattelli inferiore e superiore per sigillare il serbatoio, ma non li ho incollati: prima bisogna che venga realizzato il braccio a L che entra nel fondo del serbatoio;

Costruzione del braccio mobile

su quest’ultimo particolare ho perciò ricavato un foro per accogliere la colonna che sostiene il serbatoio e un altro foro dello stesso diametro del braccio mobile, vicino alla circonferenza evitando che la parte interna del braccio vada in conflitto con lo spessore del serbatoio. Io ho optato per il braccio mobile davvero, e quindi mi sono così regolato: con una lima a coda di topo ho inciso verticalmente l’interno del serbatoio per ricavarne una piccola trincea, poi vi ho incollato uno spezzone di guaina di filo elettrico tramite loctite. Nel frattempo ho piegato il tubo di rame per realizzare il braccio e siccome nel gomito il tubo risulta sempre schiacciato l’ho ricoperto da uno spezzone della solita guaina che garantisce la riproduzione del gomito con diametro maggiorato come al vero e dall’altro garantisce la corretta curvatura senza schiacciamenti. Ho poi inserito nella parte superiore del braccio una punta da 0,5mm e con il trapano ho forato fino a passare all’esterno all’altezza dell’esterno del gomito. All’interno ho fatto passare un filo di ottone che esca di alcuni mm dal gomito e di circa un cm oltre il tubo che entrerà nel serbatoio. Ora basterà infilare il tutto nel piattello che inferiormente chiude il serbatoio e infilare lo spezzone di filo dentro la guaina incollata verticalmente in precedenza dentro il serbatoio stesso. Si incolla il piattello inferiore e dall’alto si seguono tutte la fasi.

Primo assemblaggio dei vari particolari e griglia del tombino

Se tutto funziona si passa a realizzare la mensola di supporto inferiore del braccio. Da un pezzo di plastica da 1 mm si ricava una mensola triangolare dopo aver forato lo spessore con punta da 0,5mm. Ritagliata di misura la si infila nello spezzone che esce dal gomito e la si incolla verticalmente sul tubo di sostegno del serbatoio che è stato in precedenza posto in posizione e incollato. Se tutto funziona si può incollare anche il piattello superiore del serbatoio, stuccare il tutto e seppiare. Ora basterà ricavare i fazzoletti triangolari di supporto sotto la base del serbatoio e fissarli attorno alla colonna di supporto e la base è finita. A parte avremo realizzato la scala di accesso al serbatoio con il metodo già noto e riportato in questo sito nella categoria “accessori per modelli”.

In progress….

Ora si sceglie una basetta di compensato da 3 mm la si fora per accogliere la colonna che sorregge il serbatoio, e per infilare il tubo di rame verticale che rappresenta il tubo di mandata dell’acqua nel serbatoio stesso e si esegue un buco di sezione quadrata per realizzare il tombino. Si incolla il tutto verificando la verticalità dei vari elementi. Sopra il tombino ho incollato un tulle ricavato da un nastro  per regalo e in questo modo ho ottenuto una griglia con effetto passante.  

Griglia del tombino posta in sede

Infine ho voluto riprodurre anche il meccanismo di misura dell’acqua dentro al serbatoio e il relativo bilanciere che insiste sulla scala graduata costituita da uno spezzone di filo di rame incollato verticalmente sull’esterno del serbatoio.

Dettaglio del misuratore del livello

La verniciatura è eseguita a bomboletta con primer grigio e ritoccata a pennello nei punti più inaccessibili. Ultima finezza: con un pennellino intinto nel colore nero ho riprodotto le tacche dell’indicatore del livello acqua nel serbatoio…

Immagini del modello finito

Stazione di testa

Progettando il mio futuro plastico ho posto alcuni vincoli: 1) deve essere in stile italiano anni 50 – 80; 2) deve rappresentare un percorso da punto a punto (una grande U intorno alla stanza degli armadi) in cui i treni possano correre in parata poiché sono dell’opinione che la scala N non sia ideale per le manovre data la relativa difficoltà di presa di corrente dovuta alla facilità con cui si sporcano le rotaie, il limitato passo elettrico dei modelli più piccoli, gli scambi, ecc.; 3) automaismi limitati agli scambi; 4) la maggior parte dei manufatti, della vegetazione e del paesaggio dovrà essere auto costruito usando il metodo per me più consueto ossia quello dell’uso di materiali poveri e di facile reperibilità ed utilizzo. Per l’area della stazione principale ho stabilito circa 2m x 30 cm di larghezza e dovrà accogliere la stazione di testa, l’edificio servizi (lampisteria, carica batterie, ecc.), il magazzino merci, il deposito locomotive (non ho ancora deciso per la piattaforma anche se dispongo ormai di oltre 40 locomotive a vapore di tipi diversi tutti autocostruiti).

Ho compreso che in questa scala le dimensioni dei manufatti possono assumere valenze differenti rispetto alla realtà per cui non ha senso riprodurre in scala rigorosa, perchè giocando con alcuni aspetti dimensionali ciò che in realtà sarebbe forse un impianto secondario, a colpo d’occhio può assumere dignità di una stazione almeno di media importanza. A ciò contribuiranno sicuramente la lunghezza dei marciapiedi e la forma degli edifici bassi e lunghi che possono dare profondità alla scena. Se poi sono auto costruiti scomparirà anche la sensazione di trovarsi di fronte al solito impianto Faller o Kibri e l’effetto sorpresa avrà il sopravvento ed infine ogni modifica sarà possibile ed integrata perfettamente nel contesto già esistente.

Vista del complesso in corso di costruzione

Per prima cosa ho progettato la pianta della stazione con il numero di binari di testa che vi si attesteranno: saranno 5 più un tronco più breve per il traffico locale, più due – tre binari morti a fondo marciapiede per ricoverare temporaneamente le motrici.

Le principali componenti delle due facciate

Sia per la stazione che per l’edificio dei servizi mi sono ispirato alle tante foto d’epoca presenti nella mia ricca biblioteca: la disposizione tra loro sarà a L con il fabbricato viaggiatori trasversale ai binari e i servizi a lato paralleli ai marciapiedi. La stazione avrà un corpo centrale con un accesso a tre archi e due piani, e per animare la facciata l’ingresso sporge in avanti rispetto alle ali, mentre nella parte verso i binari il muro corre senza interruzioni da un’ala all’altra. Per impreziosire le facciate ho ripreso il motivo dell’orologio che rappresenterà la cifra architettonica comune con la cabina scambi a ponte già presentata in passato.

Edificio in costruzione – lato marciapiedi

I corpi laterali avranno solo degli accessi a portafinestra sull’esterno e sull’interno lato marciapiedi, senza sviluppi verticali. Quindi ho disegnato su carta millimetrata le dimensioni e i dettagli di massima (numero di porte, forma dell’atrio, quantità e forma delle finestre del secondo piano, ecc scegliendo un’architettura piana e di stile meridionale a tetto piano perché non volevo seccature nella riproduzione delle tegole. Per il materiale ho scelto il cartone da 2,5 mm di spessore: si lavora bene, ha una superficie rugosa che può essere modificata a volontà con stucco e carta vetro e si incolla benissimo con il vinavil.

Non ho fatto altro che riportare sul foglio di cartone le misure e le aperture e ho ottenuto i i vari pezzi (compresi i rinforzi interni) usando il solito taglierino ben affilato e il consueto metodo dei fori ravvicinati per ottenere il vani delle finestre poi limati fino a misura. Ogni apertura delle porte finestre è stata contornata da una sottile striscia di cartoncino piegato ed incollato lungo il perimetro per dare la sensazione del bordo in muratura sporgente rispetto al muro; per animare le facciate ho costruito zoccoli, batti piano, lesene sempre con cartoncino di vario spessore. Per lo zoccolo in mattoni ho usato un metodo semplice ma efficace: invece di incidere uno per uno i mattoni a righe sfalsate, ho inciso alcune linee di mattoni singoli dell’altezza di circa 2 mm e poi le ho tagliate di misura. In questo modo ho potuto sovrapporle già sfalsate velocizzando di molto un lavoro assai noioso risparmiandomi l’incisione di tutti i livelli. Inoltre con una singola striscia ho potuto eseguire il batti piano dando ulteriore movimento alla facciata.

Il “guscio” terminato

Analogamente per gli angoli: una lista in verticale di mattoni è stata sezionata all’altezza voluta e incollata su ogni lato dello spigolo facendo attenzione di affacciare correttamente tra loro le pietre. Il cartone usato è il fondo di un vecchio bloc notes: se durante l’incisione qualche mattone tende a sollevarsi basterà un po’ di vinavil diluita per rimettere tutto a posto.

Vista della facciata lato strada

Una volta assemblato il tutto si passa a costruire i bordi dei cornicioni e quindi a stuccare ove necessario le piccole imperfezioni. Anche qui mi sono reso conto che l’approccio è diverso rispetto alle locomotive. Nei manufatti le piccole imperfezioni che mi farebbero inorridire e salterebbero subito all’occhio su un modello, su un edificio passano quasi inosservate o addirittura donano un aspetto “vissuto”; inoltre la distanza da cui si guarderà l’edificio e il colpo d’occhio dall’alto verso il basso suggeriscono nuove logiche di valutazione, salvo il fatto che comunque più si è precisi meglio è!

La “tinteggiatura” sarà eseguita con lo stesso colore e le stesse modalità usati per la cabina A di Milano (dato che dovranno convivere…). Anche qui i vari strati di vernice saranno usati come stucco e lavorati a carta vetro finissima. Poi l’invecchiamento sarà ottenuto con pennello semi asciutto usando un color cenere molto diluito e poi ancora diffuso con l’uso di carta vetro. Gli zoccoli e gli spigoli in mattoni saranno invece colorati in color marrone scuro acrilico.

Edificio ripreso prima dell’invecchiamento

Ora bisogna arricchire il manufatto con altri dettagli per renderlo accattivante alla vista, ma dato che ho iniziato a costruire edifici nei tempi morti tra una locomotiva e l’altra e non voglio annoiare me e i voi, rimando ad altra puntata la descrizione dei molti particolari che ho già in mente e devo solo capire come realizzare.

Locomotiva diesel F.S. D461

Il desiderio di riprodurre questo esemplare unico di locomotore diesel è conseguenza di una mia visita al Museo ferroviario piemontese dove è appunto ricoverato il prototipo perfettamente restaurato esteticamente. Mi ha colpito la sua mole davvero impressionante rispetto ai diesel a cui siamo oggi abituati e poi il rodiggio co-co, un unicum in assoluto sulla nostra rete fino all’avvento appunto del 461.

DSCN2971.JPG
Dettaglio ingrandito del muso del modello finito

Inoltre rientrava perfettamente nel lasso temporale su cui avevo impostato le mie autocostruzioni, ossia fino agli anni ’80. Tutti motivi ottimi per iniziare la progettazione. Come sempre ho reperito nella mia corposa biblioteca disegni e foto del prototipo e quindi sono partito alla ricerca di un “donatore”. Pur con qualche approssimazione comunque accettabile, ho trovato un E03 Arnold con una buona meccanica.

DSCN1432
Vista dall’alto dell’imperiale

Ho quindi spogliato il modello della cassa e ho realizzato sulla massiccia meccanica la carrozzeria in plasticard da 0,5mm. Le parti più complessa sono state sicuramente i musi per la loro forma inclinata ed arrotondata e le cabine con i vetri spioventi e di forma romboidale. Per quanto riguarda le superfici arrotondate ho solo incollato uno spessore di 1 mm. all’interno dello spigolo tra muso e fiancata e poi con lima, stucco e carta vetro ho eseguito gli smussi.

DSCN1433.JPG
Vista anteriore dall’alto

Per i vetri anteriori ho usato dell’acetato trasparente e per successivi affinamenti ho raggiunto la forma necessaria per essere incastrati tra il montante verticale centrale e quelli laterali, Sulle fiancate – prima di incollarle ai musi – ho provveduto a fare una leggera incisione orizzontale per separare con una striscia rossa i colori verde e isabella in fase di verniciatura. Inoltre ho eseguito delle aperture in cui inserire a filo le griglie presenti sul modello e recuperate da carrozzerie demolende.

DSCN2972.JPG
Vista laterale

Poi ho ricavato i finestrini e sulla faccia interna ho inciso orizzontalmente con un cutter per procedere all’inclinazione della cassa che si raccorderà poi con il tetto e verticalmente dove inizia il diedro della cabina. Sull’imperiale ho realizzato con plastica da 0,2mm gli sportelli presenti al vero, mentre per le due griglie circolari per i ventilatori dell’impianto di raffreddamento ho attinto dal tetto di due diesel americani di cui avevo tenuto le carrozzerie come fonte di parti di ricambio. Il fissaggio della carrozzeria avviene tramite una vite posta in mezzo al tetto che viene occultata alla vista da uno sportellino removibile.

 

La verniciatura segue lo schema del prototipo e risulta parecchio impegnativa specie nel caso della lunga e sottile linea rossa che attraversa tutta la fiancata e le quattro linee verdi ai fianchi delle cabine. Le  foto ingrandite aumentano come al solito i difetti che a grandezza naturale non si noterebbero, ma non mi piace aggirare le difficoltà e quindi ben vengano le criticità: sarò uno stimolo in più per far meglio in futuro anche dal punto di vista fotografico!