Sagoma limite F.S. per carri

Questa volta descrivo la costruzione di un apparato che non può mancare in uno scalo merci che si rispetti. La sagoma limite serve per assicurarsi che i carri a pieno carico non superino le dimensioni stabilite per evitare contatti con altri treni incrocianti o collisioni con strutture varie (ponti, gallerie, ecc). Ne esistono di varie fogge e difficoltà costruttive; io ho voluto cimentarmi nella versione forse più complessa, quella con stanti mobili e quindi la difficoltà maggiore è stata quella di rendere davvero girevoli  i riferimenti laterali e superiori.

Modello finito, prima della verniciatura

Ho utilizzato per la struttura verticale fissa un profilato ad H in ottone reperito presso il negozio Amati; l’ho tagliato di misura e incollato verticalmente in due basamenti in legno che andranno collocati ai lati del binario. Alla base ho poi incollato due fazzoletti triangolari di plastica da 0,5 mm per riprodurre la struttura di ancoraggio a terra. Naturalmente il posizionamento risentirà dello spessore della massicciata, ma in questo caso basterà tagliare la basetta di appoggio e separare le due parti della sagoma, posizionandoli specularmente tra loro e alla giusta distanza-altezza dal binario. La parte di sagoma limite superiore e laterale è in profilato a U di ottone anch’esso di Amati. Il profilato è stato prima ridotto di spessore nei bracci orizzontali (vedi foto) e poi inciso con una lima triangolare in modo da fare i tagli necessari alla piegatura: quindi con punta da trapano da 0,5 mm sono stati forati in modo da essere attraversati da un alberino di acciaio armonico che fungerà da cardine.

Dettaglio e rotazione degli stanti

Per completare il tutto ho aggiunto i profili verticali che delimitano l’ingombro laterale: sono in filo di acciaio armonico e sono fissati alla struttura principale con loctite. Sui due montanti ad H ho poi incollato – in alto e in basso – un tondino di rame da 1 mm in cui si andrà ad incernierare l’alberino verticale di cui sopra e che garantirà la rotazione della sagome limite. Per rinforzare l’articolazione ho avvolto i cardini con una fascetta di alluminio e incollato il tutto al montante ad H con loctite. La difficoltà maggiore risiede nel realizzare due semi unità (destra e sinista) perfettamente speculari e allineate verticalmente.

Modello finito. montato su una basetta di legno, separabile per il montaggio sul plastico

Personalmente ho costruito il tutto disegnandolo il modello finito su carta millimetrata e poi adagiandovi i pezzi per verificare le dimensioni e la loro specularità.

Altre due viste del modello finito con evidenza dell’articolazione

La verniciatura è a pennello in nero semilucido: facciamo attenzione che la vernice non coli dentro ai cardani altrimenti si bloccherà tutto. Chi vuole può verniciare con strisce bianche le parti mobili, ma io mi sono accontentato del nero uniforme…….

Fontanelle per stazioni

Avendo finalmente tempo  a disposizione sto progettando e costruendo tutti i particolari inerenti ad una stazione che poi monterò  tra loro quando inizierò seriamente la costruzione del plastico. In pratica è come costruire delle scatole di montaggio tematiche (una per la stazione, una per il deposito locomotive…) e così avrò doppia soddisfazione: nel realizzare i singoli particolari e poi – magari a distanza di mesi o anni – nell’assemblarli tra loro. Questa volta ho pensato alle fontanelle che si trovano sui marciapiedi delle stazioni e che avendo le fogge più varie si prestano ad essere realizzate con i materiali più differenti in funzione della forma che si intende dar loro. Ovviamente potranno essere collocate anche in ambito urbano dando un ulteriore tocco di realismo alle nostre ambientazioni. Nel nostro caso ho pensato a due versioni di fontanella: quella con acqua che scorre liberamente e quella con rubinetto; partiamo da quest’ultima. Io ho usato un semplice profilato Evergreen a sezione quadra piena per lo stelo e uno a sezione quadra più ampia, ma vuoto, per le due vasche. Come sempre le immagini valgono mille parole.

I pezzi che costituiscono la struttura

Ho tagliato di misura lo stelo e l’ho forato per far passare i rubinetti, poi ho ottenuto le due vasche tagliando due “fette” dal profilato vuoto.  Quindi ho fatto un foro su un piano di legno in cui ho infisso le stelo in posizione perfettamente verticale, poi ho appoggiato al piano le due vasche e le ho affiancate allo stelo sotto i fori dei rubinetti e ho incollato i tre pezzi tra loro. In questo modo ho ottenuto una semplice dima che mi permetterà di replicare i pezzi sempre uguali.

I tre elementi uniti

Ad essiccazione avvenuta ho provveduto a verniciare la struttura con una bomboletta con color verde acrilico lucido. Quindi si passa ai rubinetti ottenuti da filo di rame piegato ed infilato nello stelo forato in precedenza. Posizionati i rubinetti da ambo le parti si può aggiungere il pulsante per far scorrere l’acqua: basteranno due piccole fette di guaina di filo elettrico posizionati sulla curva del rubinetto e incollati ed il gioco è fatto. In questo caso suggerisco una passata di color bronzo sui rubinetti per dare un colore uniforme  alla… rubinetteria.

Fontanella posizionata sul suo marciapiede

Per la fontanella con acqua che scorre, il procedimento è uguale fino ai rubinetti, solo non sarà ovviamente necessario il pulsante, mentre ci si dovrà dotare di uno spezzone di fibra ottica che fissata al centro della vasca andrà a collegarsi alla bocca del rubinetto.

… ed ecco l’acqua

Al tramonto……

Avendo cura di dare al getto d’acqua una perfetta verticalità, assicuro che – per chi ci vede davvero bene – il risultato sarà sorprendente.

Colonna idrica F.S. con serbatorio

Rileggendo un vecchio numero di ITreni (il 36) trovai un interessante articolo su un accessorio inusuale: un serbatoio d’acqua con annessa colonna idrica realmente esistente presso l’impianto di Sestri Levante. Potendo contare sui disegni quotati per HO dell’Autore decisi che sarebbe stato un piacevole passatempo in attesa di dedicarmi a qualcosa di più impegnativo. Ho quindi reperito i materiali necessari: una siringa, un tubo di plastica, un pezzo di tubo di rame da 1,5 mm, guaina di filo elettrico, filo di ottone e ritagli di plastica di vario spessore.

I disegni e il modello in costruzione

Ho inizialmente tagliato di misura il serbatoio e ho inciso le fasce orizzontali e verticali di giunzione delle lastre di metallo che al vero ne foderano la superficie esterna; poi ho inciso con punta da tracciare la chiodatura che corre lungo tutte le giunzioni, non in rilievo, ma appunto in negativo, contando sull’effetto ottico dei piccoli fori ravvicinati. Da plastica da 0,5mm ho ricavato i due piattelli inferiore e superiore per sigillare il serbatoio, ma non li ho incollati: prima bisogna che venga realizzato il braccio a L che entra nel fondo del serbatoio;

Costruzione del braccio mobile

su quest’ultimo particolare ho perciò ricavato un foro per accogliere la colonna che sostiene il serbatoio e un altro foro dello stesso diametro del braccio mobile, vicino alla circonferenza evitando che la parte interna del braccio vada in conflitto con lo spessore del serbatoio. Io ho optato per il braccio mobile davvero, e quindi mi sono così regolato: con una lima a coda di topo ho inciso verticalmente l’interno del serbatoio per ricavarne una piccola trincea, poi vi ho incollato uno spezzone di guaina di filo elettrico tramite loctite. Nel frattempo ho piegato il tubo di rame per realizzare il braccio e siccome nel gomito il tubo risulta sempre schiacciato l’ho ricoperto da uno spezzone della solita guaina che garantisce la riproduzione del gomito con diametro maggiorato come al vero e dall’altro garantisce la corretta curvatura senza schiacciamenti. Ho poi inserito nella parte superiore del braccio una punta da 0,5mm e con il trapano ho forato fino a passare all’esterno all’altezza dell’esterno del gomito. All’interno ho fatto passare un filo di ottone che esca di alcuni mm dal gomito e di circa un cm oltre il tubo che entrerà nel serbatoio. Ora basterà infilare il tutto nel piattello che inferiormente chiude il serbatoio e infilare lo spezzone di filo dentro la guaina incollata verticalmente in precedenza dentro il serbatoio stesso. Si incolla il piattello inferiore e dall’alto si seguono tutte la fasi.

Primo assemblaggio dei vari particolari e griglia del tombino

Se tutto funziona si passa a realizzare la mensola di supporto inferiore del braccio. Da un pezzo di plastica da 1 mm si ricava una mensola triangolare dopo aver forato lo spessore con punta da 0,5mm. Ritagliata di misura la si infila nello spezzone che esce dal gomito e la si incolla verticalmente sul tubo di sostegno del serbatoio che è stato in precedenza posto in posizione e incollato. Se tutto funziona si può incollare anche il piattello superiore del serbatoio, stuccare il tutto e seppiare. Ora basterà ricavare i fazzoletti triangolari di supporto sotto la base del serbatoio e fissarli attorno alla colonna di supporto e la base è finita. A parte avremo realizzato la scala di accesso al serbatoio con il metodo già noto e riportato in questo sito nella categoria “accessori per modelli”.

In progress….

Ora si sceglie una basetta di compensato da 3 mm la si fora per accogliere la colonna che sorregge il serbatoio, e per infilare il tubo di rame verticale che rappresenta il tubo di mandata dell’acqua nel serbatoio stesso e si esegue un buco di sezione quadrata per realizzare il tombino. Si incolla il tutto verificando la verticalità dei vari elementi. Sopra il tombino ho incollato un tulle ricavato da un nastro  per regalo e in questo modo ho ottenuto una griglia con effetto passante.  

Griglia del tombino posta in sede

Infine ho voluto riprodurre anche il meccanismo di misura dell’acqua dentro al serbatoio e il relativo bilanciere che insiste sulla scala graduata costituita da uno spezzone di filo di rame incollato verticalmente sull’esterno del serbatoio.

Dettaglio del misuratore del livello

La verniciatura è eseguita a bomboletta con primer grigio e ritoccata a pennello nei punti più inaccessibili. Ultima finezza: con un pennellino intinto nel colore nero ho riprodotto le tacche dell’indicatore del livello acqua nel serbatoio…

Immagini del modello finito

Stazione di testa

Progettando il mio futuro plastico ho posto alcuni vincoli: 1) deve essere in stile italiano anni 50 – 80; 2) deve rappresentare un percorso da punto a punto (una grande U intorno alla stanza degli armadi) in cui i treni possano correre in parata poiché sono dell’opinione che la scala N non sia ideale per le manovre data la relativa difficoltà di presa di corrente dovuta alla facilità con cui si sporcano le rotaie, il limitato passo elettrico dei modelli più piccoli, gli scambi, ecc.; 3) automaismi limitati agli scambi; 4) la maggior parte dei manufatti, della vegetazione e del paesaggio dovrà essere auto costruito usando il metodo per me più consueto ossia quello dell’uso di materiali poveri e di facile reperibilità ed utilizzo. Per l’area della stazione principale ho stabilito circa 2m x 30 cm di larghezza e dovrà accogliere la stazione di testa, l’edificio servizi (lampisteria, carica batterie, ecc.), il magazzino merci, il deposito locomotive (non ho ancora deciso per la piattaforma anche se dispongo ormai di oltre 40 locomotive a vapore di tipi diversi tutti autocostruiti).

Ho compreso che in questa scala le dimensioni dei manufatti possono assumere valenze differenti rispetto alla realtà per cui non ha senso riprodurre in scala rigorosa, perchè giocando con alcuni aspetti dimensionali ciò che in realtà sarebbe forse un impianto secondario, a colpo d’occhio può assumere dignità di una stazione almeno di media importanza. A ciò contribuiranno sicuramente la lunghezza dei marciapiedi e la forma degli edifici bassi e lunghi che possono dare profondità alla scena. Se poi sono auto costruiti scomparirà anche la sensazione di trovarsi di fronte al solito impianto Faller o Kibri e l’effetto sorpresa avrà il sopravvento ed infine ogni modifica sarà possibile ed integrata perfettamente nel contesto già esistente.

Vista del complesso in corso di costruzione

Per prima cosa ho progettato la pianta della stazione con il numero di binari di testa che vi si attesteranno: saranno 5 più un tronco più breve per il traffico locale, più due – tre binari morti a fondo marciapiede per ricoverare temporaneamente le motrici.

Le principali componenti delle due facciate

Sia per la stazione che per l’edificio dei servizi mi sono ispirato alle tante foto d’epoca presenti nella mia ricca biblioteca: la disposizione tra loro sarà a L con il fabbricato viaggiatori trasversale ai binari e i servizi a lato paralleli ai marciapiedi. La stazione avrà un corpo centrale con un accesso a tre archi e due piani, e per animare la facciata l’ingresso sporge in avanti rispetto alle ali, mentre nella parte verso i binari il muro corre senza interruzioni da un’ala all’altra. Per impreziosire le facciate ho ripreso il motivo dell’orologio che rappresenterà la cifra architettonica comune con la cabina scambi a ponte già presentata in passato.

Edificio in costruzione – lato marciapiedi

I corpi laterali avranno solo degli accessi a portafinestra sull’esterno e sull’interno lato marciapiedi, senza sviluppi verticali. Quindi ho disegnato su carta millimetrata le dimensioni e i dettagli di massima (numero di porte, forma dell’atrio, quantità e forma delle finestre del secondo piano, ecc scegliendo un’architettura piana e di stile meridionale a tetto piano perché non volevo seccature nella riproduzione delle tegole. Per il materiale ho scelto il cartone da 2,5 mm di spessore: si lavora bene, ha una superficie rugosa che può essere modificata a volontà con stucco e carta vetro e si incolla benissimo con il vinavil.

Non ho fatto altro che riportare sul foglio di cartone le misure e le aperture e ho ottenuto i i vari pezzi (compresi i rinforzi interni) usando il solito taglierino ben affilato e il consueto metodo dei fori ravvicinati per ottenere il vani delle finestre poi limati fino a misura. Ogni apertura delle porte finestre è stata contornata da una sottile striscia di cartoncino piegato ed incollato lungo il perimetro per dare la sensazione del bordo in muratura sporgente rispetto al muro; per animare le facciate ho costruito zoccoli, batti piano, lesene sempre con cartoncino di vario spessore. Per lo zoccolo in mattoni ho usato un metodo semplice ma efficace: invece di incidere uno per uno i mattoni a righe sfalsate, ho inciso alcune linee di mattoni singoli dell’altezza di circa 2 mm e poi le ho tagliate di misura. In questo modo ho potuto sovrapporle già sfalsate velocizzando di molto un lavoro assai noioso risparmiandomi l’incisione di tutti i livelli. Inoltre con una singola striscia ho potuto eseguire il batti piano dando ulteriore movimento alla facciata.

Il “guscio” terminato

Analogamente per gli angoli: una lista in verticale di mattoni è stata sezionata all’altezza voluta e incollata su ogni lato dello spigolo facendo attenzione di affacciare correttamente tra loro le pietre. Il cartone usato è il fondo di un vecchio bloc notes: se durante l’incisione qualche mattone tende a sollevarsi basterà un po’ di vinavil diluita per rimettere tutto a posto.

Vista della facciata lato strada

Una volta assemblato il tutto si passa a costruire i bordi dei cornicioni e quindi a stuccare ove necessario le piccole imperfezioni. Anche qui mi sono reso conto che l’approccio è diverso rispetto alle locomotive. Nei manufatti le piccole imperfezioni che mi farebbero inorridire e salterebbero subito all’occhio su un modello, su un edificio passano quasi inosservate o addirittura donano un aspetto “vissuto”; inoltre la distanza da cui si guarderà l’edificio e il colpo d’occhio dall’alto verso il basso suggeriscono nuove logiche di valutazione, salvo il fatto che comunque più si è precisi meglio è!

La “tinteggiatura” sarà eseguita con lo stesso colore e le stesse modalità usati per la cabina A di Milano (dato che dovranno convivere…). Anche qui i vari strati di vernice saranno usati come stucco e lavorati a carta vetro finissima. Poi l’invecchiamento sarà ottenuto con pennello semi asciutto usando un color cenere molto diluito e poi ancora diffuso con l’uso di carta vetro. Gli zoccoli e gli spigoli in mattoni saranno invece colorati in color marrone scuro acrilico.

Edificio ripreso prima dell’invecchiamento

Ora bisogna arricchire il manufatto con altri dettagli per renderlo accattivante alla vista, ma dato che ho iniziato a costruire edifici nei tempi morti tra una locomotiva e l’altra e non voglio annoiare me e i voi, rimando ad altra puntata la descrizione dei molti particolari che ho già in mente e devo solo capire come realizzare.

Locomotiva diesel F.S. D461

Il desiderio di riprodurre questo esemplare unico di locomotore diesel è conseguenza di una mia visita al Museo ferroviario piemontese dove è appunto ricoverato il prototipo perfettamente restaurato esteticamente. Mi ha colpito la sua mole davvero impressionante rispetto ai diesel a cui siamo oggi abituati e poi il rodiggio co-co, un unicum in assoluto sulla nostra rete fino all’avvento appunto del 461.

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Dettaglio ingrandito del muso del modello finito

Inoltre rientrava perfettamente nel lasso temporale su cui avevo impostato le mie autocostruzioni, ossia fino agli anni ’80. Tutti motivi ottimi per iniziare la progettazione. Come sempre ho reperito nella mia corposa biblioteca disegni e foto del prototipo e quindi sono partito alla ricerca di un “donatore”. Pur con qualche approssimazione comunque accettabile, ho trovato un E03 Arnold con una buona meccanica.

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Vista dall’alto dell’imperiale

Ho quindi spogliato il modello della cassa e ho realizzato sulla massiccia meccanica la carrozzeria in plasticard da 0,5mm. Le parti più complessa sono state sicuramente i musi per la loro forma inclinata ed arrotondata e le cabine con i vetri spioventi e di forma romboidale. Per quanto riguarda le superfici arrotondate ho solo incollato uno spessore di 1 mm. all’interno dello spigolo tra muso e fiancata e poi con lima, stucco e carta vetro ho eseguito gli smussi.

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Vista anteriore dall’alto

Per i vetri anteriori ho usato dell’acetato trasparente e per successivi affinamenti ho raggiunto la forma necessaria per essere incastrati tra il montante verticale centrale e quelli laterali, Sulle fiancate – prima di incollarle ai musi – ho provveduto a fare una leggera incisione orizzontale per separare con una striscia rossa i colori verde e isabella in fase di verniciatura. Inoltre ho eseguito delle aperture in cui inserire a filo le griglie presenti sul modello e recuperate da carrozzerie demolende.

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Vista laterale

Poi ho ricavato i finestrini e sulla faccia interna ho inciso orizzontalmente con un cutter per procedere all’inclinazione della cassa che si raccorderà poi con il tetto e verticalmente dove inizia il diedro della cabina. Sull’imperiale ho realizzato con plastica da 0,2mm gli sportelli presenti al vero, mentre per le due griglie circolari per i ventilatori dell’impianto di raffreddamento ho attinto dal tetto di due diesel americani di cui avevo tenuto le carrozzerie come fonte di parti di ricambio. Il fissaggio della carrozzeria avviene tramite una vite posta in mezzo al tetto che viene occultata alla vista da uno sportellino removibile.

 

La verniciatura segue lo schema del prototipo e risulta parecchio impegnativa specie nel caso della lunga e sottile linea rossa che attraversa tutta la fiancata e le quattro linee verdi ai fianchi delle cabine. Le  foto ingrandite aumentano come al solito i difetti che a grandezza naturale non si noterebbero, ma non mi piace aggirare le difficoltà e quindi ben vengano le criticità: sarò uno stimolo in più per far meglio in futuro anche dal punto di vista fotografico!

Colonna idraulica F.S. per loco trifase

Nel corso degli anni mi sono appassionato alle varie forme che le colonne idrauliche hanno assunto nel corso dei decenni e che hanno accompagnato nel tempo la vita delle locomotive elettriche prima, dei locomotori trifase poi, e ai nostri giorni tutti quei mezzi su rotaie che richiedono un rifornimento d’acqua non più dall’alto ma attraverso tubature in grado di affacciarsi a serbatoi posti chissà dove.

Ecco quindi che rispettando lo spirito del Maestro Muzio mi sono accinto a realizzare una colonna idraulica dotata di prolunga di gomma per alimentare i reostati delle loco trifase, visto che il mio parco macchine di queste motrici sta rapidamente aumentando. Gli ingredienti sono di una semplicità disarmante: un pezzo di materozza di scatola di montaggio, una rondella, un tubetto di rame da 1,5mm, del filo di rame e della guaina di filo elettrico. Come sempre le foto possono aiutare più di mille parole.

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Ecco gli elementi di base: dalla millimetrata si possono ricavare le dimensioni

Per cominciare ho infilato la materozza nel mandrino di un normale Black&Decker tenuto fermo tra le ginocchia e l’ho forata longitudinalmente per accogliere il tubetto di rame; poi ho iniziato a lavorarne la superficie con limette di varie fogge per ottenere la forma voluta. Suggerisco di eseguire questa operazione con delicatezza e soprattutto lasciando il tubetto di rame all’interno della materozza per evitare che si spezzi. Conclusa questa fase si taglia il tubetto di rame dandogli la forma “a manico d’ombrello” come da foto. Su una basetta di plastica da 1 mm si praticano due fori: uno per accogliere la base della colonna, l’altro per il rubinetto di mandata.

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Colonna in progress

Quindi si incolla la base della colonna alla base e poi si cala la rondella per simulare il basamento della colonna. Quindi si tagliano 4 fette di guaina di filo elettrico e li si pone a quadrato sulla base-rondella per simulare i bulloni di ancoraggio a terra. Io ho riempito di vinavil i fori per rendere le teste dei bulloni. Quindi ho forato il lato della base per infilarci l’anello in cui inserire il tubo flessibile, al vero.

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Dettaglio della griglia del tombino e dell’ancoraggio a terra della colonna

Tocca ora incollare il tubo di rame avendo cura di fissare un pezzetto di filo di rame che fuoriesca dal “manico di ombrello” per alcuni mm e che servirà di aggancio al tubo. Per impreziosire il tutto ho deciso di allenarmi alla tecnica della “fotoincisione dei poveri” realizzando il tombino di scolo: ho prima eseguito un’apertura quadrata e poi ho realizzato una cornice di filo di rame che ho incollato sul bordo dell’apertura. Poi con pazienza ho tagliato dei pezzetti di filo circa da 5 mm e li ho incollati sulla cornice a mò di griglia. Il risultato è un tombino con una griglia traforata che permette di vedere attraverso.

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Modello finito e verniciato

La colonnina del rubinetto di mandata è anch’essa uno spezzone di filo di rame con relativa guaina e il rubinetto è una fettina della medesima guaina. Infine si vernicia il tutto in argento dopo una mano di primer a bomboletta. Si incolla della graniglia sulla basetta in modo da coprire tutto gli spazi tra i vari elementi ma senza otturare il tombino (con la fatica che ho fatto per renderlo passante!). Solo a questo punto di incolla il tubo flessibile: il trucco è quello di inserirvi un filo di rame che permetta di dare la curvatura voluta al tubo che ho fatto appoggiare a terra sul tombino dopo una breve curvatura, come se fosse stato abbandonato lì dopo l’uso.

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Altra vista

In questo modo si attira l’attenzione sulla finezza della griglia del tombino e se ci sono delle imperfezioni (ci sono, ci sono..) possono essere mascherate con il tubo stesso senza timore. Dato che la guaina è nera e di gomma non richiede alcuna verniciatura e assicura uno stacco cromatico perfetto con i pezzi adiacenti. Tempo di realizzazione? Circa 4 ore: un tempo più che ragionevole per ottenere un accessorio utile su tutti i plastici.

F.S. Ale 880 con testate tronche

Anche se la mia produzione è sbilanciata verso il mondo delle locomotive a vapore, nutro però un affetto particolare per le elettromotrici della prima generazione per diversi motivi: in primis per la loro forma assolutamente elegante e ancora attuale anche a circa 80 anni dalla loro comparsa, sia perché sono stato testimone delle loro ultime stagioni quando sfrecciavano sulla costa adriatica negli anni 80-90. Tra i tanti problemi realizzativi due in particolare mi trattenevano: 1) la realizzazione della testata aerodinamica; 2) la noia di ricavare così tanti finestrini (possibilmente uguali). Circa 10 anni or sono – anche su sollecitazione dell’amico Marco Gallo che pensava alla possibilità di realizzare copie del modello da distribuire ai suoi associati – decisi di risolvere entrambi i  problemi con una soluzione unica: ingegnerizzare il prodotto partendo dal principio che da un master si potevano produrre più modelli differenti che godono di caratteristiche dimensionali uguali (880 con una testata aerodinamica, con due testate tronche, Ale 400, ecc).

 

 

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Vista del modello finito, verniciato e dotato di decals

La parte inferiore che sul muso contiene gli organi di aggancio è in plastica piena (la famosa mezza mandorla) opportunamente limata e raccordata con lima e stucco. I finestrini sono stati ricavati solo in un secondo tempo dopo aver incollato il muso al resto della cassa, in modo da garantire l’allineamento tra i finestrini. La parte inferiore della cassa, quella curva tra i carrelli è stata anch’essa eseguita in plastica piena e poi raccordata a lima. L’obiettivo era quello di realizzare due semigusci unibili come le due parti di un uovo di Pasqua.

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Cassa modificata rispetto all’originale come riportato nel testo di seguito

 

Il resto della cassa ho poco di rilevante: gli sgocciolatoi che corrono lungo tutto il perimetro sono di filo elettrico ben teso e dritto, fissato con loctite e poi ripulito con carta vetro finissima dalle sbavature di colla. Ho cercato di curare al massimo i dettagli (incisione delle porte di accesso e intercomunicazione, respingenti, ma essendo il mio il primo tentativo di master aveva un’imperdonabile ingenuità: la giunzione separava orizzontalmente anche le porte di accesso, ma me ne accorsi solo alla fine! Essendo l’unico tentativo amatoriale di produzione in serie decisi che ogni modellista avrebbe operato secondo il suo grado di capacità per risolvere il problema: in fin dei conti era tutto gratis! Il master fu passato a Marco che ritenne accettabile tale limite e provvide a farne realizzare numerose copie in metallo per la sua associazione e alcune copie in resina e in metallo mi furono gentilmente fornite. Lavorando al modello ho capito che la cassa metallica aveva vantaggi e svantaggi: il plus risiedeve nella rigidità della struttura e nel superamento degli ingombri della zavorra, mentre quello critico risiedeva nella precisione delle giunture lunghe come quelle del sottocassa (che tagliava a metà orizzontalmente le porte). Lasciai a sonnecchiare il tutto per alcuni anni finchè mi sono risolto a spianare a lima tutta la cassa e a dare un taglio preciso alla linea di giunta usando lime e stucco.

Ho tagliato la testata aerodinamica e ho incollato al posto la seconda tronca; quindi ho stuccato il tutto. Poi ho utilizzato il telaio anch’esso metallico su cui ho collocato la motorizzazione costituita da due carrelli Bachmann mossi da un motore centrale collegati con alberini in rame e raccordati all’albero motore con giunti in silicone.

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Telaio e motorizzazione

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Vista del fondo con apertura per il motore

Il telaio prima di ricevare il motore è stato oggetto di piccole ma indispensabili modifiche per avere una giunzione tra cassa e telaio soddisfacente: il telaio si ferma all’altezza del primo coprigiunto verticale prima dei carrelli partendo dal centro. In questo modo la cassa è composta dalla porzione in isabella più la zona del sottocassa sopra ogni carrello fino alle testate e così anche il problema delle porte tagliate a metà era risolto. Le eventuali imprecisioni nella chiusura tra cassa e telaio sono state assorbite dalla posa del coprigiunto orizzontale che funge anche da separatore cromatico tra il castano e l’isabella ed è ottenuto da strisce di plastica da 0,2 mm tagliate a cutter. Ho invece riprodotto i coprigiunti verticali con filo elettrico fissato con loctite per dare il giusto spessore rispetto alle fasce orizzontali. Lo stesso materiale è stato usato per gli sgocciolatoi.

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Cassa e telaio uniti insieme con coprigiunti, sgocciolatoi e griglie

Con piccoli pezzetti di plastica da 0,1 mm ho prodotto i cardini delle porte di accesso e di intercomunicazione. Verificato che tutto si congiungesse in modo adeguato sono tornato a lavorare sulla parte bassa dove ho riprodotto gli sportelli con il famigerato metodo Rivarossi, ossia non incidendo, ma incollando gli sportelli sulla superficie curva; essendo spessi 0,1 mm mi sono auto assolto e per farmi perdonare ho realizzato tutte le griglie, partendo da un rottame di diesel americano da cui ho recuperato le griglie, assottigliate al massimo con lima e carta abrasiva e poi incollate dopo aver dato loro la forma curva per aderire alla cassa. Infine con punta da tracciare ho inciso su ogni sportello i due fori per lo smontaggio. Da un cilindretto di plastica da 1 mm di diametro ho realizzato le prese d’aria (ma perché un cilindro direte voi?) In effetti ho scelto questa forma perché ho deciso di lavorare le prese a trombetta in coppia e quindi terminato ogni pezzo lo tagliavo longitudinalmente con un cutter e per magia ottenevo due particolari!

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Vista laterale dell’accopppiamento cassa – telaio

Sul tetto ho realizzato l’impianto elettrico: ho forato il tetto in corrispondenza degli isolatori i quali sono semplici spezzoni di guaina di filo elettrico posti in sede con loctite, che supportano un filo di rame debitamente teso e piegato. Da un lato termina sotto il pantografo, dall’altra sotto il separatore a corna. Quest’ultimo è composto da un quadrato di plastica da 0,2mm di spessore e circa 1,5 mm di lato su cui ho fissato 2 spezzoni di guaina di filo elettrico su cui ho inserito le due “corna”; al di sotto sono stati fissati 4 spezzoni di guaina a simulare gli isolatori.

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Vista dell’imperiale con impianto elettrico

I pantografi sono di produzione Lineamodel a cui mi sono rifiutato (per dichiarata incapacità) di installare le molle. Ho scelto di utilizzare un mio vecchio e semplice trucco: lascio colare la vernice nelle articolazioni (o piccole gocce di colla per plastica) il che rende possibile piegare in modo stabile i pantografi nella posizione desiderata.

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Vista dal lato della saracinesca anteriore

La verniciatura è come mia consuetudine eseguita a pennello con vernici acriliche nel classico schema castano – isabella e rosso segnale per i pantografi e le fasce sulle testate e i supporti dei respingenti. Le poche decals incollate sono state reperite da un vecchio foglio in mio possesso debitamente cannibalizzato per ottenere le numerazioni desiderate.

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Dettaglio del sottocassa e dei carrelli con la tiranteria dei freni esterna riprodotta

 

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Altra vista del modello finito

Carro merci coperto F.S. tipo FF

Partendo dalle precedenti esperienze di facili elaborazioni su carri F Tibidabo ho voluto complicare il modello scegliendo di costruire un carro che riassume in sè tutti gli elementi degli esemplari fin qui costruiti: parlo di un carro tipo FF, un mezzo che si ottiene con due carri F, una garitta, un telaio allungato e un tetto curvo ossia tutti gli elementi già sperimentati e noti a chi segue questo sito.

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Vista posterioredel modello finito

Come spesso capita le immagini valgono più della descrizione. Per la carrozzeria ho iniziato a tagliare le due casse di un carro F che giacevano nella scatola dei ricambi, in modo da asportare prima il tetto e poi, sul primo dei due carri, le testate e parte della carrozzeria fino alle prese d’aria laterali.

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Le due casse con il tetto asportato

Sulla seconda carrozzeria ho asportato solo la porzione relativa alle prese d’aria e al portellone con la porzione di carrozzeria che segue e precede.

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Smembramento della seconda cassa

Quindi ho provveduto a tagliare orizzontalmente le testate per poi ricostruire la parte curva sotto al tetto, utilizzando alcune parti non sfruttate dei due carri, per esempio la parte centrale di una delle testate che sarà coperta dalla garitta.

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Testata posteriore raccordata per accogliere il tetto curvo

A questo punto si inizia a ricomporre il puzzle per ottenere la cassa completa, avendo cura che l’allineamento dei vari pezzi sia perfetto altrimenti ci troveremo un carro a fisarmonica!

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Cassa completata

Ora si costruisce il tetto: io ho usato della plastica da 1 mm e dei profilati curvi per il ricasco e lo si tratta in modo che aderisca correttamente al bordo superiore della cassa. Poi con una squadra si disegnano le righe dove dovranno essere incollati i rinforzi trasversali che ho realizzato con semplice filo di rame attinto da un banale spezzone di filo elettrico.

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Tetto curvo in costruzione

A questo punto si realizza il telaio partendo da quello di uno dei due carri F e allungandone il passo quanto necessario. Si utilizza un profilato a U di plastica per rifinirne i bordi in modo che aderisca perfettamente al bordo inferiore della cassa. Per ultimo si procede a costruire la garitta con il metodo che abbiamo già sperimentato per l’elaborazione del carro F appunto con garitta e si termina apponendo le due ali laterali che raccordano il tetto al frontale della garitta e le altre due che uniscono lateralmente il tetto allo spigolo della cassa.

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Infine mancorrenti, predellini, tiranteria dei freni e soprattutto i tiranti inferiori del telaio, noiosissimi da fare perché richiedono di essere speculari nell’inclinazione e uguali tra loro. Io ho usato del filo di costantana, facile da lavorare e resistente agli urti. Il fissaggio avviene con loctite dopo aver eseguito i fori sul fondo del telaio dove affonderanno le estremità dei tiranti spioventi e quelli verticali di sostegno.

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Dettagli del telaio: tiranti e comando freni

Infine la verniciatura eseguita a pennello con il classico rosso vagone per la cassa, nero per il telaio e argento per il tetto. Su questo modello ho aggiunto anche le decals dato che ne possedevo alcuni fogli avuti in dono alcuni anni fa.

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Vista anteriore del carro terminato

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Parte inferiore del telaio verniciato

 

La difficoltà maggiore consiste nel far aderire i vari pezzi alla carrozzeria a coste, ma per essere certo di non perderle dopo le prime manipolazioni ho completato il tutto con un bel giro di spray trasparente semilucido. Come vedete il lavoro eseguito – neppure molto complesso in sè – ci regala un modello inedito partendo da elementi che già a volte abbiamo in casa. Lo ripeto spesso che con il modellismo è come con il maiale: non si butta via nulla!

Cabina A della stazione di Milano Centrale

La struttura di questo particolare edificio mi ha sempre attratto e ogni volta che ci passavo affianco in treno mi chiedevo come e quando avrei potuto realizzare questo manufatto così monumentale. L’occasione si presentò quando alcuni anni fa acquistai un numero speciale della rivista TuttoTreno dedicato alla linea Milano – Venezia. Al suo interno c’era un esaustivo articolo di una realizzazione in HO con un minimo di schema di base da cui ricavare le dimensioni di massima. Premetto di aver fatto in alcuni casi dei piccoli compromessi anche a causa della carenza di immagini dell’originale e di misure precise e perché lo stesso modellista in HO segnalava alcune “licenze poetiche”. Comunque a mio avviso l’obiettivo generale è stato raggiunto e come sempre a costo minimo.

Struttura: l’ossatura verticale è costituita da compensato da 9 mm, incrociata orizzontalmente dal primo piano in compensato da 4 mm.

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Struttura in compensato e cartone

Poiché era mia intenzione illuminare l’interno ho subito predisposto una botola al centro del primo piano per raggiungere l’ambiente centrale dove ho realizzato anche un quadro sinottico (di fantasia ovviamente) illuminato all’interno e visibile dall’esterno.

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Quadro sinottico al 1^ piano

Le lampadine sono state posizionate in modo da illuminare sia il corpo centrale nei due piani sia le ali laterali del secondo.

Tutta la progettazione ha quindi dovuto tener conto della necessità di poter intervenire per cambiare eventuali lampadine bruciate. Il tetto è invece realizzato in cartoncino da 3 mm così come la trave orizzontale a ponte che regge il primo piano. I vari pezzi sono stati fissati tra loro con vinavil.

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                                         Impianto elettrico visto dall’alto

Vetrate: Questa delicatissima parte è stata realizzata per prima in quanto è la più difficile e quindi non volevo correre il rischio di predisporre tutta la struttura e poi lasciarla inoperosa per assenza ….. delle pareti! Sono partito da delle lamine di plexiglass da 2 mm ottenuti di risulta da altri lavori domestici, quindi a costo zero. Essendo consapevole che non avrei potuto verniciare le giunture orizzontali e verticali tra i vetri, ho deciso di rendere comunque evidenti le varie sezioni per dare la sensazione delle finestre indipendenti.

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Parata delle vetrate già incise e verniciate

E’ stato sufficiente provvedere ad incidere la superficie con una punta da tracciare a imitazione della griglia di vetri e della struttura metallica che dovrà essere poi verniciata per far emergere la fila dei vetri. Ho poi realizzato le pareti delle ali laterali incollando le tre parti con loctite. Il lavoro sui vetri per il momento si conclude con la verniciatura in grigio delle parti “metalliche” sopra e sotto i vetri, stando ben attenti che al primo piano le file di vetri sono due sovrapposte, mentre al secondo c’è un’unica fila.

 Tutta la struttura è stata realizzata intorno alle vetrate nel senso che le porzioni di parete curve che partono dai montanti verticali si spingono fino a toccare i lati delle parti in plexiglass. Questo trucco mi serve per poter maneggiare la struttura senza i vetri e poi verniciarla senza rischi per le finestre. Inoltre se il lavoro sarà eseguito correttamente mi basterà infilare ad incastro i  vetri nella struttura e così potrò intervenire anche dall’esterno sulle parti interne.

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Struttura completa

Il tetto è stato sagomato in modo da essere aggettante rispetto la piano inferiore e dotato di due viti che lavorano sui due piloni verticali. Le viti sono poi state nascoste da botole sul tetto eseguite con plastica da 0,2 mm di spessore e incernierate da un chiodino verticalmente che permette di ruotare la botola per accedere alla vite e asportare il tetto. I cornicioni orizzontali e le colonne agli angoli della struttura vetrata laterale sono in cartoncino. In corrispondenza delle lesene verticali della vetrata del primo piano ho incollato i capitelli sotto la parte aggettante del secondo piano. Questi particolari sono in legno: ho lavorato con lime tonde un lingotto di legno in modo da poter tagliare da esso delle “fette” tutte uguali che sono appunto i capitelli e che sono stati sistemati in sede con vinavil solo dopo che sono state rimontate le finestre del primo piano per centrare le lesene rispetto ai vetri. Le lesene, ossia le colonnine verticali che spaziano le sezioni di vetri del primo piano sono profilati in legno a sezione quadrata acquistati con previdente intuito anni fa dalla ditta Amati.

Una menzione a parte merita il tetto: ho voluto realizzare anche i due orologi (non funzionanti) e quindi nella struttura muraria (in cartone) sagomata e forata ho inserito due anelli di plastica tagliati da un normale tubo per edilizia.

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Zona centrale del tetto con le sedi per gli orologi

Quindi ho realizzato i quadri dei due orologi (numeri e lancette disegnati con pennarello nero) su plastica trasparente satinata in precedenza con successivi passaggi di carta vetrata finissima: saranno posti in sede solo a modello finito e verniciato.  Quindi mi sono dedicato ad un lavoro  a dir poco alienante: la realizzazione della ringhiera.

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Struttura orizzontale della ringhiera

Ho voluto riprodurre il disegno originale e quindi il classico gioco di supporti verticali e orizzontali con incroci all’interno. La struttura orizzontale è in filo d’acciaio mentre quella verticale e ad incrocio è stata ottenuta con filo di rame posizionato con colla per plastica e poi fissato con loctite: un lavoro interminabile come lo sarà la verniciatura!

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struttura verticale in attesa degli incroci di ringhiera

Infine le gronde: sono quattro ai lati della struttura centrale e saranno verniciate e posizionate solo a lavoro ultimato, ossia dopo la verniciatura della struttura.

Verniciatura: seguendo le indicazioni riportate dall’autore dell’articolo da cui ho tratto spunto, mi sono recato in un colorificio e ho quindi richiesto il colore “intonaco europeo” come da specifiche. Con disinvoltura ho aggirato lo sguardo a doppio punto interrogativo del colorista e gli ho spiegato in breve cosa mi serviva.

 

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Vista dal tetto del modello finito

In breve dalla tabella dei colori ho scelto una tinta che mi pareva si avvicinasse all’originale e sui due piedi con l’ausilio del tintometro ho avuto diritto a un barattolino con la pozione magica. Dopo la prima mano mi sono accorto che asciugando la tinta avrebbe avuto un colore più chiaro e soprattutto una tonalità opaca (per fortuna). Inoltre mi resi conto che passando più mani si otteneva un insperato effetto stucco, riempiendo le piccole fenditure nelle giunzioni tra i vari  materiali usati; con un pezzetto di carta smeriglio finissima ho ripassato più volte per dare all’intonaco una patina semiliscia e per dare continuità anche nelle zone di giunta dove si avevo depositato volontariamente più strati di vernice.

 

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Frontale dell’edificio invecchiato

Quindi ho montato tutte le vetrate e ho provveduto ad invecchiare una struttura che nella realtà ha sfidato per decenni tutte lei intemperie  e i fumi delle locomotive a vapore e dei diesel da manovra. Dato che sono un principiante in materia di invecchiamento delle superfici ho provato per la facciata e la zona intorno ai vetri con del color cenere acrilico molto diluito e steso a pennello semi asciutto, mentre per la zona del tetto molto più esposta agli eventi atmosferici ho passato più mani dello stesso colore creando chiazze di diversa intensità come quando l’intonaco assorbe l’umidità in modo non uniforme.

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Particolare del settore aggettante del secondo piano

 

Dato che non ero completamente convinto, ad essiccatura avvenuta ho usato un metodo assai rudimentale: ho fatto abbrustolire un tappo di sughero sulla fiamma del gas e ho passato la parte affumicata sulle superfici da trattare per simulare il fumo dello loco a vapore soprattutto nella zona a ponte e poi con le dita ho sfumato il tutto. Visto che il risultato mi convinceva abbastanza e il tappo non era più utilizzabile per tappare la bottiglia, ne ho approfittato per festeggiare la fine dei lavori … fino all’ultima goccia!

Ecco di seguito una breve galleria del modello finito ripreso da varie viste. La  collocazione nel plastico di tale edificio comporterà il taglio del basamento e il riposizionamento in verticale in funzione degli ingombri della linea aerea e lo spessore della massicciata.

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Spartineve per loco a vapore F.S.

Questa volta tratterò di un tipo di spartineve FS che trovo molto “americano” perchè mi ricorda lo scacciabuoi collocato davanti alle famose General rodiggio 2-2-0 viste tante volte nei film western americani degli anni 50-60. Mi concentro su questo oggetto perchè con poca fatica e costo zero (visti i tempi è un dettaglio che non disturba) possiamo personalizzare anche un’anonima locomotiva commerciale rendendola unica con il “nostro” marchio di fabbrica. Si parte da un foglio di

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Primo passo

alluminio da 0,2mm o altro materiale che assicuri uguale rigidità e disponibilità a farsi “punzonare sul retro” (detto così suona un pò ambiguo, ma pazienza!). Si disegnano le forme di massima, ossia un rettangolo la cui larghezza dipende da quanto è largo il pancone del modello su cui volete applicare il vomere. Tenete almeno un mm in più considerando che dovrà poi essere piegato al centro; poi si prendono le misure della distanza dei respingenti tra loro e delle dimensioni dei

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Prima sgrossatura

piatti. Quindi si disegnano a matita le asole sull’alluminio e con una trapano e una fresa si creano i fori che saranno poi raffinati con la lima; lo stesso dicasi per l’apertura rettangolare al centro per il gancio. Quindi si disegna sul retro il profilo della chiodatura che gira tutto intorno al bordo e con pazienza e una punta da tracciare acuminata si procede all’incisione. A questo punto si piega al centro verticalmente per dare il giusto diedro al vomere e si inizia ad affacciare il manufatto per vedere se entra nel pancone. Se i respingenti si rifiutassero di entrare nelle asole iniziate il paziente lavoro di allargamento presentando spesso il pezzo fino ad ottenere il risultato voluto. Infine si piega il bordo superiore che sarà poi dipinto di

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Rifinitura del perimetro e chiodature, prima della piegatura verticale al centro

rosso segnale e su cui si potranno collocare i numeri della loco designata. Per il fissaggio definitivo al pancone ho usato un cuneo di plastica incollato con colla Artiglio da falegname: poi ho posto la loco sui binari e sopra di essi una striscia di plastica da 1 mm su cui ho appoggiato il vomere per  l’incollaggio. Dopo alcune ore ho perfezionato la solidità dell’innesto con loctite e se necessario potrete inserire all’interno altri tiranti di sicurezza. Quindi si passa alla verniciatura come da foto,

 

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Piegatura eseguita ed incollaggio sulla 735

con nero semilucido Humbrol steso a pennello e rosso segnale acrilico per il bordo superiore; poi ho posizionato le decals (maledettamente piccole e scomode) e infine ho steso una mano di trasparente semilucido, e con qualche ora di lavoro avrete un modello molto particolare. Non dimenticate di sollevare i fanali!

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Primo piano fin troppo estremo…..

Un altro utilizzo molto scenografico è quello di appoggiare il vomere al muro del deposito locomotive, come se fosse in procinto di essere posizionato su una motrice. Come vedete i motivi per realizzare questo piccolo accessorio non mancano di certo…..