Fossa di visita con impianto monta assi

La mia curiosità riguardo a tale attrezzatura da deposito è nata parecchi anni or sono leggendo un numero speciale di Mondo Ferroviario dedicato ai depositi locomotive. Nella sezione destinato ai depositi del vapore era presente un articolo in cui si spiegava il funzionamento di una fossa di visita dotata di apparecchio cala assi corredato non da foto bensì da uno schizzo in sezione. Oggi – volendo costruire un plastico con deposito per accogliere le circa 50 macchine a vapore FS da me auto costruite – la voglia di riprodurre questa attrezzatura misteriosa mi ha spinto a dedicarmi all’impresa. Così ho scelto di redigere questo articolo suddiviso in due sezioni: nella prima parte spiegherò a cosa serve e mostrerò come ho costruito l’impianto, mentre nella seconda ne rappresenterò il funzionamento con la macchina su cui si deve intervenire e tutte le manovre collegate, ove chi vorrà potrà trarre molte ispirazioni per più un diorama, molto particolare ed esclusivo. Infine non sottovaluto la valenza storico-tecnica del lavoro perché nella mia pur copiosa biblioteca non ho rintracciato alcuna foto di questo impianto e quindi riprodurlo – per di più in scala N – assume per me un’ulteriore valenza.

Prima parte: a cosa serve e come si costruisce

E’ un impianto di cui erano dotati alcuni depositi locomotive in cui si potevano eseguire operazioni di manutenzione su assi delle locomotive, difettosi o bisognosi di rettifiche. Si dividevano in due categorie: per le ruote medie (fino a 1500 mm circa) e quelle per ruote grandi, con diametro fino al massimo di oltre 2 metri per le 690/691 e delle macchine ex austriache da 2100 mm di diametro. L’asse veniva liberato dal telaio della loco senza dover sollevare il rotabile e una volta rettificato veniva nuovamente posto nel telaio della loco sempre senza doverla sollevare: un sistema di telai mobili a sostegno dei due spezzoni di rotaia che sostengono l’asse “malato” assicurano lo spostamento laterale necessario per far calare e poi risalire l’asse senza alzare la loco. Il funzionamento sarà più chiaro nella seconda parte dell’articolo: io stesso ho dovuto pensarci molto perché l’unica descrizione reperita per quanto precisa e l’assenza di foto mi hanno costretto a riprodurre la sequenza delle operazioni su carta per verificarne la logica e la fattibilità.

Come sempre mi sono rivolto a materiali di facile reperibilità e a basso costo e quindi ho utilizzato per la struttura della fossa dei fogli di plastica da 1 mm su cui ho inciso il mattonato rivolto all’interno, mentre il pavimento è a strisce per riprodurne la struttura che ho visto in una foto: non dimentichiamo la grata del tombino di scolo al centro del pavimento!

Elementi costitutivi la struttura della fossa

 La forma della fossa la si evince dalla foto dall’alto: la sezione più larga è quella destinata ad accogliere il braccio telescopico verticale del cala sala ed ha una profondità maggiore rispetto alla fossa di visita a cui è raccordata da ambo le parti da una serie di scalini anch’essi in plastica; la larghezza è di 3 mm maggiore della larghezza di una qualsiasi ruota, mentre la lunghezza dipende dalla misura massima del diametro dell’asse che si intende trattare. Completata la fossa l’ho inserita su un piano di cartone da 2 mm su cui ho ricavato un’apertura uguale all’impronta della fossa per poi potervela inserire. Dopo averla posizionata correttamente ho fissato in modo provvisorio uno spezzone di binario Arnold a cui ho tagliato la parte interna delle traversine per tutta la lunghezza del binario che sovrasterà la fossa.

Vista dall’alto della fossa da cui si evincono le forme e la struttura

Ho poi tagliato il binario che sovrasta la fossa nella parte più larga ricavandone due spezzoni di binario di pari misura. Quindi li ho fissati su due telaio di plastica zigrinati con punta da tracciare per simulare il pavimento antiscivolo. Ho poi preso due profilati a U e li ho incollati al piano del terreno da entrambi i lati del binario (vedi foto) in modo da formare due parentesi quadre affacciate entro cui dovrà scorrere il telaio dotato di binario.

Primo piano sulla fossa del monta assi e sul perno del braccio telescopico

A lavoro ultimato i due spezzoni di binario dovranno potersi muovere verso l’esterno fino a liberare completamente la proiezione della fosse più grande e poi riavvicinarsi fino a ricomporre la continuità del binario che sovrasta la fossa.  Infine ho realizzato il braccio telescopico del monta assi sfruttando due tubetti di rame infilati l’uno dentro l’altro; quello interno sosterrà il supporto della sala costituita da una lamella di alluminio da 0,2mm debitamente curvata come si evince dalla foto.

Primo piano degli spezzoni di rotaia mobili e asse calato

Per chi volesse sarà facile predisporre un comando manuale a leva che permetta a distanza di agire sull’estensione verticale del perno del monta assi per renderlo funzionante e far salire e scendere davvero la sala smontata. Infine la verniciatura eseguita a pennello usando colori acrilici semilucidi che non adopero più per i modelli, molto diluiti per entrare nelle incisioni dei mattoni e farli quindi risaltare, pur nel generale stato di usura tipico di queste strutture. La sporcatura è eseguita con diverse passate diluite di normale colorante usato per tinta delle pareti di casa, nel caso specifico marrone e ocra.  

Impianto finito ed inghiaiato

Infine si provvede alla massicciata: io ho usato scaglie di ardesia fissate con vinavil diluita e addizionata al solito sapone per piatti: attenzione a non farlo finire sotto le slitte altrimenti i binari non si muoveranno più!

Locomotiva a vapore F.S. Gr482

Data la complessità dell’autocostruzione di questo modello suddividerò l’argomento in due puntate onde fornire il massimo dei dettagli soprattutto fotografici.

Prima Puntata: IL TELAIO

E’ necessaria un piccolo e crudo preambolo in cui ricordo che per costruire in questa scala così ridotta bisogna accettare a priori alcuni compromessi il che non vuol dire realizzare modelli informi o montati sui carrelli che paiono trampoli (come mi è capitato di vedere in produzioni artigianali e non), ma solo dedicarsi con pazienza a limare qua e là uno o due millimetri che riportino il modello alle dimensioni complessive originali, con qualche piccolo trucco ma sempre assicurandosi che chi osserverà il modello finito possa dire: non sembra neppure fatto in scala N! Il tutto con buona pace delle dotte e legittime disquisizioni sul numero di razze delle ruote, sulla distanza delle chiodature e altre nobili osservazioni che non dovrebbero mai essere un ostacolo a mettersi in gioco e anzi dovrebbero spronarci a superare con astuzia gli oggettivi vincoli dimensionali. Nel caso specifico ho confrontato i disegni con il materiale in mio possesso e mi sono accorto che pur usando ruote di circa 8 cm più piccole al reale, avevo un passo complessivo di circa 2mm maggiore a causa delle dimensioni dei bordini che in questa scala sono necessariamente sovradimensionati. Ma se vogliamo parlare di un altro compromesso posso evidenziare che la distanza tra macchina e tender è maggiore che al reale perché altrimenti nelle curve medie di un normale plastico il deragliamento sarebbe assicurato: un nonnulla rispetto ai Rivarossi in 1:80 e alle carrozze Marklin con due scomparti in meno e altre leggerezze più vicine ai nostri giorni. Ciò detto posso proseguire nella trattazione non avendo più le coronarie dei puristi sulla coscienza.

Tutta la struttura si basa su un progetto che vede i praticabili e il gruppo cilindri solidali al telaio, mentre la caldaia e la cabina formeranno un tutt’uno che si dovrà muovere senza problemi e senza che si notino antiestetici spazi tra i due elementi. Ciò come vedremo richiederà un attento studio dei vari elementi, soprattutto compressore, tubi adduttore del vapore, caldaia e mancorrenti.

Telaio di origine Arnold con gruppo cilindri già modificato e biella con testa a croce autocostruita in ottone

Il telaio di base è un vecchio pezzo di ricambio di Arnold credo di una br 52 con la limitazione del passo di cui sopra. Ho provveduto a tagliare la parte posteriore fino alle piste prendi corrente e anteriormente sopra il carrello. Ho ripulito le prese di corrente e agito sulla loro inclinazione per assicurare una discreta presa di corrente che comunque sarebbe stata completata da 4 ruote in presa del tender. La motorizzazione è costituita da un motore del diametro di 7 mm e lungo 15 a cui ho collegato non senza un po’ di difficoltà una vite senza fine di produzione Lineamodel. Il tutto come sempre è tenuto in posizione da una custodia elastica in ottone che ho approntato in modo che il motore possa essere sfilato per la regolare manutenzione. Ho anche modificato il gruppo cilindri originale aggiungendo pezzi di plastica e stucco in modo da dare la classica forma aperta verso l’alto dei cilindri; ho tagliato la parte anteriore dei cassetti di distribuzione e soprattutto ho provveduto a modificare il biellismo inserendo la secondo guida creando un piccolo solco sul fondo di ogni cilindro per accoglierla. Per la precisione la seconda guida deve essere solida, rigida e sottile e quindi ho utilizzato il terminale di un normale seghetto da traforo ormai esausto. Per la testa a croce ho fatto una sintesi di alcuni anni di esperimenti mal riusciti e alla fine ho ottenuto quello che cercavo usando due profilati ad H sovrapposti, in ottone del negozio Amati, fissati tra loro da un pezzo di plastica da 0,5mm al centro del quale ho eseguito un foro da 0,5 mm in cui ho fissato un chiodino di ottone su cui è imperniata la biella motrice e la distribuzione del cassetto.

Dettaglio della testa a croce con ingrandimento esasperato

Sulla testa anteriore della biella a croce ho eseguito un foro in cui ho inserito uno spezzone di filo di ottone che simula lo stelo dello stantuffo. Dal centro del telaio ho tagliato con una lama circolare i serbatoi e spianato le zone troppo evidenti. Per la cronaca ho usato le facce chiodate di uno dei serbatoi alienati per riprodurre la parte anteriore dei cassetti di distribuzione sul gruppo cilindri.

Vista dall’alto del telaio con evidenza degli spazi per il biellismo

Quindi ho incollato al centro dei cilindri il blocchetto filettato che era sul telaio e lo posizionato in modo che fosse sotto al fumaiolo, per fissare la caldaia al telaio. Poi ho costruito la piattaforma anteriore che va dal praticabile anteriore fino al limite del meccanismo di inversione di marcia, usando plastica da 0,5mm. La restante parte del praticabile posta ad un livello inferiore è stato realizzato con profilati di plastica incollati a ciò che restava del telaio originale davanti alla cabina e poi ricoperto da una lastrina per parte di alluminio da 0,2 mm.

Motorizzazione del telaio già abbinato ad un tender Minitrix di recupero anch’esso con funzione di presa di corrente

Naturalmente i praticabili saranno corredati di tutta una serie di elementi che vanno dai serbatoi dell’aria compressa, alle sabbiere, pompe di lubrificazione nella loro protezione scatolata, ecc, ma saranno collocate in sede solo quando sarà realizzata la caldaia e la cabina per evitare che i maneggiamenti provochino disastri. La parte per me più appariscente è costituita dal frontale in cui il pancone con i respingenti forma un tutt’uno con  i rostri scacciapietre ed è abbellito da una coppia di svasature sul frontale e da un’apertura di alleggerimento sotto i respingenti da cui dovrà poi spuntare il tubo della condotta pneumatica; e non dimentichiamoci di una serie di chiodature che non potevano non essere riprodotte!

Telaio con i praticabili e i primi particolari posti in opera

Ho quindi eseguito il frontale in ottone e poi ricalcato la forma definitiva su una lastra di alluminio da 0,2mm su cui ho ricavato tutte le chiodature e i fori su cui inserire i respingenti e ho poi incollato i due elementi. Con l’aiuto di alcune foto ho potuto constatare che alcuni esemplari avevano le custodie dei respingenti cilindrici e quindi mi sono affrettato a riprodurre quel modello per semplicità costruttiva usando dei tondini di rame da 1,5 mm. Infine ho costruito in ottone il carrello anteriore e l’ho articolato alla vite di supporto anteriore del carter.

Altra vista del telaio con accessori

Il fissaggio del gruppo caldaia-cabina al telaio è assicurato con una vite che sotto il fumaiolo – asportabile – fisserà i due blocchi: per evitare che sollevando il modello i due elementi si aprano a forbice infulcrati come sono in un sol punto, ho pensato di bloccarli all’altra estremità con una micro vite orizzontale che attraverso il pancone posteriore sotto la cabina entrerà nel telaio assicurandone la tenuta verticale. A grandi linee il lavoro sul telaio si può dire completato, ma in realtà si è sviluppato parallelamente con la realizzazione della sovrastruttura perché era necessario continuamente verificare gli allineamenti e i collegamenti tra caldaia e telaio per evitare anche interferenze con la meccanica e le prese di corrente, ma del resto parleremo nella seconda puntata.

Su questo lato trova posto anche il rinvio del meccanismo di inversione della marcia

Seconda parte: La carrozzeria e telaio

Avendo verificato  che telaio, biellismi, motore e prese di corrente funzionano si può passare alla costruzione della carrozzeria. Per prima cosa ho realizzato la caldaia partendo da un tubo di plastica del diametro di circa 10mm, mentre la parte iniziale della camera fumo è come al reale di un diametro leggermente inferiore al resto della caldaia e in essa si infila; ho poi costruito la base su cui poggiarla tra i cilindri.

Guscio in rame che dovrà ricoprire il tubo di plastica che funge da caldaia

Il fissaggio della caldaia avviene tramite una vite che è posta all’interno della camera fumo e lavora verticalmente avvitandosi tra i cilindri. La testa della vite è incassata di un paio di mm rispetto al profilo della caldaia e nel foro ho potuto quindi affondare il fumaiolo che può essere estratto per svitare la carrozzeria dal telaio per le consuete manutenzioni. Entrambi i pezzi che compongono la caldaia sono poi stati ricoperti da una lamina di rame su cui ho provveduto a incidere sul retro tutte le chiodature in special modo quelle ai lati del forno. Una volta avvitata la caldaia  e controllato che fosse perfettamente orizzontale tramite una piccola bolla, ho incollato la cabina precedentemente eseguita in plastica e che dovrà arrivare ad inglobare inferiormente il bordo del telaio Arnold in modo da dare continuità ai nuovi praticabili costruiti e fissati al telaio come visto nella precedente puntata. Posteriormente ho realizzato una sottile testata in alluminio che raccorda la cabina e al centro ho praticato un foro orizzontale per una micro vite che contribuirà al fissaggio della sovrastruttura al telaio; il tutto lasciando lo spazio per la staffa di collegamento al tender e ai fili che ne portano corrente. Le coperture in rame della caldaia sono state incollate con colla Artiglio e rifinite sui bordi con loctite, mentre la tenuta è stata assicurata con tre mollette da bucato. Sono poi passato a costruire tutte le sovrastrutture: il duomo è una custodia da scovolino dentale mentre il fumaiolo è ottenuto per tornitura di un pezzo di materozza di plastica posta su un trapano B&D tenuto tra le ginocchia… Da non dimenticare la zavorra che ho realizzato partendo da pimbini da pesca schiacciati al punto da farli diventare uguali al diamentro interno della caldaia stessa. In questo modo la massa si consolida soprattutto sopra agli assi motori a beneficio sia della trazione/stabilità di marcia, sia della presa di corrente.

Il portello della camera fumo è in plastica da 0,2mm su cui ho riportato sia le cerniere esterne (filo elettrico e guaina relativa) e le relative staffe orizzontali e verticali di fissaggio nonché i quattro fermi superiori e inferiori. Il frontale è completato dal mancorrente superiore orizzontale e dai mancorrenti curvi laterali che partono dal lato della caldaia.

Primo piano sul portellone di stile austroungarico e sul poderoso pancone

Il castello di supporto anteriore alla caldaia è stato realizzato in rame con le relative chiodature e fissato al telaio per permettere di sfilare la caldaia. Anche le tubature di adduzione del vapore a forma quadrata ai lati della caldaia sono solidali ad essa. Il compressore sul praticabile sinistro è costituito da spezzoni di tubi di rame su cui sono state avvolte delle spire di filo di rame a simularne la caratteristica forma per il raffreddamento. Tutti i tubi e i mancorrenti sono stati eseguiti in rame o in costantana e fissati con loctite; come al vero sul lato destro della caldaia essi corrono paralleli tra loro appoggiati a due mensole di ottone fissate dentro la caldaia.

Prime prove di allineamento telaio – cassa

La realizzazione del pancone anteriore di cui ho parlato nella precedente puntata merita una menzione particolare per la complessità costruttiva e per l’imponenza giacchè raccoglie in sé sia il pancone porta respingenti, sia gli scaccia sassi e presenta un’asola centrale da cui passa la condotta pneumatica e su cui ho voluto riprodurre il più possibile tutte le chiodature come al vero. Inoltre è dotato di svasi laterali sul frontale all’altezza dei montatoi e dei relativi mancorrenti curvi e infine vi ho riprodotto un tentativo di gancio realistico, già documentato in un precedente articolo.

Pancone anteriore in lavorazione

Per il tender sono partito da un modello Piko di assoluto recupero su cui ho montato una carrozzeria del tender della br53 Fleischmann ampiamente tagliato ed adattato per riportarlo alla forma dovuta. Infine l’ho ricoperto con una foglia di rame da 0,2mm su cui ho inciso le chiodature sull’inverso.

Telaio e cassa in progress….

Cassa del tender ricoperta con foglia di rame su cui ho inciso le chiodature e fissate le scalette laterali

La verniciatura è eseguita con una mano di primer in bomboletta Tamiya e successivamente di nero semilucido per la carrozzeria di loco e tender, mentre per i cilindri e tutti i praticabili e relativi dettagli del telaio il nero è stato dato a pennello per evitare di sporcare le linguette prendi corrente e le ruote. Il tender presenta il telaio in rosso vagone con ferramenta nere. Altri particolari come valvole coale, lanterne, rubinetterie e iniettori sono in color bronzo. Tutto il modello è stato poi rifinito con una mano di vernice trasparente semlucida con le stesse modalità del nero. Infine mi sono tolto gli occhi per fissare i numeri sul pancone che sono stati composti ognuno da due blocchi di cifre e viste le dimensioni dei numeri non è stata una passeggiata.

Modello quasi ultimato visto dal tender

Particolare della realizzazione dei dettagli della cassa

Vista laterale del modello finito

Alla fine posso però dire di essere in possesso di un modello per questa scala mai costruito da nessuno in questa scala (a mia memoria) e che funziona in modo assai soddisfacente, ambientabile tra il 1919 e il 1954.

Di seguito una galleria di immagini del modello finito e verniciato.

Gancio realistico a maglia per modelli

Mentre stavo realizzando il pancone anteriore della mia ultima locomotiva mi è venuto in mente il modo di costruire un gancio realistico con davvero quattro pezzi di filo e un po’ di ingegno, Quasi mi vergogno a scrivere in dettaglio come realizzarlo perché credo di non essere arrivato primo e quindi di fare la figura del fenomeno, ma non avendo letto niente in proposito – soprattutto in scala N – mi permetto di suggerire come migliorare l’estetica dei nostri modelli, come sempre a costo 0. Mi scuso fin d’ora se le foto potranno in alcuni casi essere un pò scarse a causa delle dimensioni davvero ridotte del soggetto, ma l’intento era quello di ingrandire al massimo per dare chiarezza al metodo costruttivo e al risultato finale. Gli ingredienti sono i pezzi che si vedono in foto più un filo di ottone piegato a gancio (il gancio appunto) con l’ausilio di pinze a becchi curvi e presselle. La carta millimetrata di sfondo aiuta a capire le dimensioni: ogni quadretto è 1 mm!

I particolari essenziali

Dopo aver realizzato il gancio lo si infila in un foro orizzontale praticato su un blocco di legno in modo che sporga nella stessa posizione che assumerà sul modello. Poi si piegano due pezzetti di filo di rame a U leggermente richiusi alle estremità. Il primo dovrà essere fissato ai fianchi del gancio in modo che la U resti verticale, mentre il secondo sarà incollato dentro al gancio come al vero, quindi in posizione invertita rispetto al primo. Suggerisco sempre di incollare prima con colla per plastica per trovare la giusta posizione e poi consolidare con la loctite. Quando le due U sono state fissate si incolla tra esse il terzo pezzo costituito da un filo di rame con due fettine di guaina di filo elettrico per circuiti stampati che andrà a collegare le due U e simulerà la vite tenditrice. Anche qui prima si posiziona poi si incolla definitivamente.

Gancio realistico richiuso, inserito su una 482 in costruzione, oggetto di un prossimo articolo

Il bello di questo metodo è che il gancio può essere realizzato anche penzolante come a volte si vede dopo una manovra di sganciamento avvenuta o in corso e permette di animare ulteriormente i nostri modelli. Fate solo attenzione che il gancio si fermi almeno 1 mm sopra il profilo della rotaia altrimenti negli scambi sono dolori.

Gancio appeso ma slacciato a penzoloni dopo una manovra

Una passata di nero prima di inserirlo sul pancone eviterà sbaffi di nero sul pancone o di rosso sul gancio…. Tempo previsto: circa mezz’ora conun pò di allenamento, quindi si può fare!

Gancio posizionato e verniciato

Caricatore di carbone tipo Schilhan

Per allestire un decente deposito locomotive a vapore mi mancava ancora un distributore di carbone a traliccio. Avevo visto alcune immagini del modello in HO di Sagi e mi era sembrato di un buon livello di dettaglio. Poi però ho iniziato ad esaminare in dettaglio le foto d’epoca contenute nei numerosi volumi della mia biblioteca e in particolare quelli della collana delle loco a vapore italiane di Ricciardi, Grillo e Sartori  dalle quali ho scoperto che ogni deposito aveva una struttura a traliccio su cui interveniva per le opportune personalizzazioni (dimensioni dello scivolo, forma dei materiali di rinforzo del traliccio, pianerottoli intermedi per la manutenzione, copertura della trave che sostiene il meccanismo di sollevamento, ecc.) rendendo ogni modello un unicum e quindi lasciandomi le mani abbastanza libere pur nel rispetto dell’impianto generale.

Vista del modello finito: altezza complessiva 75 mm

Sono quindi partito col disegnare su carta millimetrata la struttura lato fronte e laterale e poi ho tagliato i quattro profilati a T posti ai quattro lati. Ho incollato due di essi sul disegno della vista frontale e ho riprodotto il gioco di incroci con il medesimo tipo di profilato usandolo diritto e rovescio in ogni X.

Traliccio in progress

Poi ho ripetuto l’operazione per la seconda facciata avendo cura di interrompere la X di base a metà per far entrare – al vero – i vagoncini con il carbone nella struttura (nel mio caso mi sono clamorosamente dimenticato di questo “dettaglio” e mi sono visto costretto ad intervenire successivamente a struttura completa: non fatelo!). A questo punto – sempre con l’aiuto del disegno vista laterale – ho incollato sul lato di ogni facciata del traliccio dei sottili spezzoni di plastica a sezione quadrata in corrispondenza dei sostegni orizzontali;

Travata anteriore con i supporti laterali

ad essiccazione avvenuta ho incollato verticalmente la rotaia in cui scorrono i carrelli del carbone che ha anche la funzione indotta di rinforzo alla struttura dei travetti laterali. La parte curva di rotaia su cui si rovesciano i carrelli è stata eseguita con filo di rame curvato ed incollato su una base di plastica; ho ritagliato e rifilato il tutto e posto in posizione. Quindi ho affacciato tra loro le due strutture e le ho incollate  in modo da dare continuità alla struttura in corrispondenza di ogni piano orizzontale. Ho poi costruito lo scivolo in plastica da 0,2mm e l’ho incollato in posizione aperta sostenendolo nell’incavo della T della trave orizzontale. A parte ho realizzato la struttura del gruppo “carrucole – cavi – bilancieri” che aiutano al vero l’apertura e chiusura dello scivolo. Il loro posizionamento dentro la struttura chiusa non è una passeggiata, ma bisogna farlo per forza dopo che è stato posizionato lo scivolo per far coincidere i cavi che passano attorno alla puleggia con il tirante laterale dello scivolo. 

Struttura completa sui quattro lati

A seguire ho preparato il blocco “trave-cavo di sollevamento-cavo di mandata al meccanismo di avvolgimento”  e l’ho fissato a cavallo dell’ultimo piano. A questo punto bisogna realizzare i due pianerottoli intorno alla struttura, uno a livello dello scivolo, l’altro all’altezza della trave di sostegno del cavo di sollevamento dei carrelli.

Dettaglio delle rotaie di caricamento dei carrelli del carbone e bilancieri dello scivolo (non ancora presenti)

Sul pianerottolo intermedio ho anche realizzato la ringhiera usando filo armonico di costantana, colla e tantissima pazienza. Con i medesimi ingredienti ho eseguito anche la lunga scala che attraversa verticalmente l’intera struttura, adottando il metodo già descritto e la dima relativa.

Struttura con scivolo del carbone in posizione operativa

Infine il tetto: alcune strutture non ne sono dotate, altre sì e quindi ho voluto impreziosire il modello con un dettaglio insolito: i lambrecchini sul bordo dello spiovente. Sono ottenuti limando con una lima triangolare il bordo di un foglio di plastica da 0,2mm e poi tagliati a strisce alte circa 3 mm sopra i lambrecchini: si provvede a incidere orizzontalmente e a piegare il modo che si formi una lunga V la cui apertura sarà condizionata dall’inclinazione del tetto in quanto la striscia di lambrecchini – lunga quanto il bordo del tetto – sarà incollata sotto il bordo di ogni spiovente e dovrà restare verticale.

Struttura completa del tetto e del cavo di trascinamento dei carrelli e comando motore

Il basamento è di compensato da 4 m in cui ho ricavato i fori per immergervi le estremità del traliccio. Verificate che sia rispettata la verticalità in ogni lato. A questo punto ho aggiunto qualche dettaglio come il motore e il relativo avvolgitore del cavo dietro al quale ho fissato il cavo di rimando che arriva dalla sommità del traliccio, la leva di comando del motore che ricorda un po’ la leva di comando dei deviatori in cabina scambi. Per mettere all’asciutto il manovratore ho provveduto a realizzare una tettoia inclinata anch’essa dotata di lambrecchini.

Modello dotato di balconate, tetto e tiranterie varie

Il modello è finito, ora non resta che procedere alla verniciatura in nero semilucido (suggerisco l’uso di bomboletta per raggiungere tutti i punti della struttura evitando antiestetiche concentrazione di vernice nei punti di giuntura del traliccio).

Modello terminato con la tettoia del posto di manovra

Altra vista del complesso

Io ho preferito dare un tocco di invecchiamento al tutto usando tempere e vernice acrilica diluita e stesa a pennello a più riprese. Ora il modello è pronto per essere inserito nel plastico oppure per realizzare un diorama intermedio da collocarsi nel futuro deposito locomotive. Di seguito una galleria di viste del modello finito ed invecchiato.

Modello montato su basamento per ambientarlo sul plastico/diorama

Particolare del gruppo propulsore

Locomotiva a vapore F.S. Gr 910

Chi mi conosce per i precedenti articoli su questo sito saprà che la mia ambizione è quella di autocostruire il maggior numero di modelli di rotabili italiani in scala N partendo da materiali poveri (plastica in fogli, tubetti di rame, cappucci o pulsanti di biro, guaina di filo elettrico ecc.) usando meccaniche altrettanto povere acquistate sul web a livello di parti non funzionanti, telai danneggiati su cui innesto altri particolari provenienti dalla mia scatola dei ricambi: insomma con un paio di decine di euro solitamente raggiungo l’obiettivo. Nella mia personale Pietrarsa mancava un modello molto ambito, poco comune in scala HO e credo mai riprodotto in N, ossia la Gr910.

Vista frontale del modello finito

La sua forma sgraziata e il biellismo montato parzialmente al contrario rispetto al solito non potevano lasciarmi indifferente. Come sempre prima di partire è necessario dotarsi di una buona sequenza di immagini e magari di articoli che descrivano eventuali modifiche o varianti nonché ovviamente i disegni in scala. Il passo successivo è la progettazione che deve essere rigorosa non tanto nella maniacale ricerca dell’esatto numero di chiodi di un pancone o dei raggi della ruota (io  al contrario ho da sempre sposato il concetto di Briano che preferisce un colpo d’occhio convincente a una perniciosa ricerca della perfezione al decimo di mm), bensì l’individuazione del punto più difficile del modello e risolverlo in modo adeguato in modo che il resto diventi davvero un divertimento. In questo caso – ma è quasi sempre così – la meccanica è la parte più complessa perché deve rispondere ad alcuni quesiti che sono diventati la mia check list ad ogni nuovo modello:

Primo piano del telaio e della meccanica Arnold

1) come far stare il motore nella cassa; 2) come prendere corrente sul maggior numero di ruote; 3) dove allocare la massima quantità di zavorra per aumentare il peso del modello che serve sia alla trazione, ma prima ancora alla captazione della corrente; 4) come fissare la cassa al telaio in modo stabile.

La risposta almeno parziale è stata trovata grazie ad un fortunoso acquisto sul web del telaio con ruote, biellismo e prese di corrente della Br 74 Arnold. Ora l’altro ostacolo era il biellismo, ma possedevo la testa a croce completa delle bielle di distribuzione di una br 36 di Arnold e mi è bastato sfilare la testa originale ad una sola slitta e montare a suo posto quella doppia, avendo cura di montare a rovescio le bielle del distributore per avere la famosa distribuzione all’indietro.

Primo piano della distribuzione

Ho poi costruito la sede per accogliere la biella che parte dall’eccentrico posto sull’asse centrale usata per invertire la marcia e che deve anch’essa essere posizionata all’indietro. Si tratta di un semplice tubetto di rame fissato al telaio da entrambe le parti in cui ho infilato un chiodino da modellismo navale che funge da articolazione: per smontare il biellismo per la manutenzione basta sfilare il chiodino dal perno e il gioco è fatto.

Per i cilindri sono partito da quelli originali a cui ho sfilato le bielle e con plastica e stucco ho riprodotto le forme originali tenendo conto della differenza tra lato destro e sinistro a causa della doppia espansione di cui erano dotate queste locomotive. Infine con loctite ho incollato nella corretta posizione le doppie slitte su cui far scorrere la nuova testa a croce.

Perimetro di base della carrozzeria

Per passare al terzo punto ossia la zavorra, la forma delle casse d’acqua si è prestata perfettamente per essere riempita con piombini opportunamente schiacciati per farne stare la massima quantità. Infine il 4 punto: pur con un certo disgusto ho dovuto cedere alla lusinga di una vite che poteva essere inserita nella sede già prevista nel telaio del modello originale e che corrispondeva proprio con la sommità della sabbiera quadrata: mi sono detto che se questo sgarbo all’estetica se la potevano permettere Arnold o Fleischmann…. poteva andare bene anche a me e così ho fatto. Essendo immersa nella superficie della sabbiera ammetto che si nota davvero poco e quindi la coscienza non mi rimorde per nulla.

La carrozzeria prende forma…

Vista interna con la zavorra in sede

La cassa è realizzata in plastica da 0,5 mm (fogli plasticard) mentre la caldaia è un tubo di ottone (per il problema della zavorra) acquistabile in un qualsiasi magazzino di fai da te; il duomo è il solito pulsante di biro opportunamente limato per dare la giusta forma. Le lanterne sono ricavate da tubetti di rame forati con punta da 0,5 mm per inserire il chiodino che simulerà lo sfiato del fanale, riempite di stagno e poi lucidato, e corredate con i classici triangoli di protezione sul vetro, eseguiti sempre in filo di rame piegato con le pinzette. Terminata la verniciatura si posizioneranno le lanterne e con filo di rame piegato attorno allo stelo di un cacciavite da orologiaio si realizzeranno le maniglie che saranno fissate con loctite.

Primo accoppiamento telaio – cassa

Work in progress….

Verniciatura: la cassa è stata ricoperta da primer grigio a bomboletta e poi verniciata sempre a bomboletta con colore nero semilucido di Tamiya.

Vista di lato del modello finito

I cilindri e altri dettagli sono invece verniciati a pennello sempre con colori acrilici. Ad essiccatura avvenuta una passata di trasparente semilucido eviterà ditate inopportune.

Dall’alto di apprezza la foggia singolare del modello

Le ruote sono in rosso vagone dato a pennello, i panconi in rosso segnale e i particolari come le valvole, gli iniettori e le lanterne sono verniciate  a pennello in color bronzo.

Lato sinistro

Vista posteriore

Infine una carrellata di foto in bianco e nero per evocare l’ambiente ferroviario dell’epoca aurea del vapore in cui ha lavorato la nostra locomotiva

Sollevatore per rotabili, detto “Capra”

Ho deciso di realizzare il plastico della mia vita e quindi sto costruendo tutti gli elementi necessari per la stazione, il deposito locomotive e tutti gli altri ambiti scenografici. In questo modo quando avrò deciso la struttura e il tracciato potrò tirar fuori dal cassetto i vari elementi costruiti negli anni come pezzi singoli e assemblarli in modo coerente nell’area di riferimento. Questa volta ho pensato di realizzare una capra, ossia uno strumento che nella realtà serviva al sollevamento delle locomotive a vapore per scopi manutentivi.

Schema di massima dell’elaborato

All’inizio pensavo fosse una realizzazione semplice, ma analizzando il progetto l’ho scoperta una delle più insidiose a causa delle parti inclinate e che nello stesso tempo devono restare parallele tra loro. Per prima cosa ho tagliato quattro profilati a T per le travi di sostegno e le ho fissate nella trave orizzontale che servirà anche da sostegno per il gancio di sollevamento. La massima cura è stata posta come detto per assicurare la verticalità della struttura, l’ortogonalità tra i quattro supporti e l’uguale inclinazione degli stessi.

Struttura di base in profilati di plastica a T

Tutta la struttura così ottenuta è stata immersa in una base di compensato da 2 mm forata in corrispondenza della testa delle travi e incollata in posizione con l’aiuto di squadre a L e bolle per livelle. La parte centrale è stata delimitata da due solchi che faciliteranno la sua asportazione e permetterà di essere collocata a cavallo del binario che accoglierà la struttura.

Struttura posata sulla base di compensato

Ho poi incollato su ognuno dei travi una striscia di plastica su cui ho ricavato le chiodature che corrono lungo tutta la trave. Poi sempre con la stessa plastica ho tagliato una serie di triangoli da fissati orizzontalmente ed equidistanti tra loro lungo le trave sulla faccia esterna. All’interno ho incollato invece dei tiranti che servono al vero da rinforzo alla struttura e sono ottenuti da filo di ottone armonico posti in sede con colla per plastica e poi fissati con loctite dopo averne verificata l’orizzontalità.

Struttura con tiranti orizzontali e tetto curvo chiodato

La trave superiore  ha subito un’apertura al centro per accogliere la puleggia di rinvio del gancio di sollevamento ed è stata ricoperta da un foglio di alluminio da 0,1 mm opportunamente inciso per riprodurre le chiodature e la forma curva sui bordi che si raccordano con le quattro travi verticali. Ho riprodotto la parte degli ingranaggi e del motore sulla scorta di alcune foto che lasciano purtroppo – o per fortuna – spazio alla fantasia e quindi ho usato una ruota di trascinamento dei cingoli di un carro tedesco Mark IV per l’ingranaggio principale di maggior diametro che miracolosamente si adattava ad un piccolo ingranaggio in nylon tratto dalla scatola dei ricambi e che ho fissato sul mozzo del motore elettrico dell’impianto.

Zoom sull’apparato motore della gru

Sull’albero orizzontale che supporta la ruota grande ho avvolto alcune spire di filo elettrico per simulare il rocchetto su cui si avvolgeva il cavo del gancio. Il motore è stato simulato con un cilindro di plastica su cui ho inserito un perno di rame, il tutto poggiante su due zampe a U che tengono sollevato il motore dal terreno di circa 1 mm. Sopra la zona motore ho realizzato la struttura di una pensilina ormai in disuso per dare la sensazione di un impianto in fase di dismissione. Il gancio di sollevamento è realizzato in filo di rame opportunamente sagomato e da due blocchetti di plastica a cui è fissata la puleggia principale. Il filo di sollevamento è stato ottenuto da un cavo di acciaio armonico a cui ho dato la forma mostrata in foto e che si avvolge sulla puleggia secondaria e poi su quella del gancio. In questo modo è assicurata la forma tesa del cavo anche dopo l’incollaggio. L’estremità del cavo è stata fissata all’interno del rocchetto posto sull’albero della ruota principale per dare un senso di continuità tra il cavo avvolto sul rocchetto e quello teso che sostiene il gancio.

Dettaglio del doppio gancio, della puleggia di sostegno e del cavo di trazione del gancio

Fase di incollaggio del gruppo puleggia – gancio – cavo di trazione

Infine la verniciatura: è eseguita a bomboletta, in nero e poi ripassata a pennello con colori acrilici marrone e giallo, abbondantemente diluiti e posati con più passaggi per simulare l’invecchiamento di una struttura sempre all’aperto e probabilmente ormai poco usata.

Di seguito una breve galleria del modello finito e verniciato.

Locomotiva a vapore F.S. Gr. 828 ex FNB 280 ex FNM 280

La forma di questa elegante locomotiva aveva da tempo attratto la mia attenzione e lo scoprire che alcuni esemplari di essa provenienti dalle Ferrovie Nord Milano e vendute alla Biella Novara fossero stati immatricolati nel parco FS sia pur solo amministrativamente dopo l’acquisizione di questa linea e poi accantonate, mi ha fatto decidere la sua riproduzione: con un solo modello avrei avuto ben tre tipi diversi di loco, la 280 presso le FNM, idem presso la FBN e infine la Gr 828 presso le FS.

Modello finito e verniciato

Premetto che si tratta della descrizione di un mezzo fallimento perché nonostante diversi tentativi di motorizzazione sono stato costretto a rinunciarvi, ma da una minaccia può nascere un’opportunità e quindi ecco che subito ho pensato a realizzare una doppia trazione a vapore FNM che sarà oggetto di un prossimo articolo.

Disegno tratto da un introvabile libro sulle FNM di G. Cornolò

La meccanica è frutto di un telaio spoglio con le sole ruote della br 78 su cui ho montato un motore cilindrico da 8 mm di diametro che secondo i calcoli sarebbe stato celato nella parte anteriore della caldaia ed invece la posizione rispetto all’ingranaggio fa vedere tutta la parte inferiore del motore sotto la caldaia in modo inaccettabile.

Telaio con il nuovo biellismo

Anche girando il motore verso la cabina le cose non migliorarono perché la zavorra era inadeguata a garantire la corretta presa di tensione e quindi a malincuore ho dovuto ripiegare verso un modello statico che sarà in futuro agganciato ad un modello di una 290 FNM già in programma.

Il biellismo è la commistione di elementi provenienti da tre loco: la biella a croce è di una loco americana di Atlas Rivarossi, la biella di accoppiamento è della originale  br 78, il meccanismo del cassetto e la biella che lo collega all’eccentrico del secondo asse è della br 39 sempre di Fleischmann. Il tutto condito con alcuni pezzi di mia fabbricazione.

Prime fasi della costruzione in rame della caldaia con le chiodature del forno

La carrozzeria è in plastica mentre la caldaia ed il forno sono stati ricoperti da un sottile foglio di rame su cui ho riprodotto le file di chiodi a lato del forno. Il fissaggio della cassa al telaio avviene con due viti: una tra i cilindri che entra in caldaia e l’altra dopo il terzo asse che lavora sul pavimento della cabina.

Telaio e cassa

Per il resto la tecnica e i materiali sono i soliti di sempre: filo elettrico di rame, guaine di plastica di vario spessore, pulsanti di biro esaurite e plastica di vario spessore.

Telaio e cassa uniti

Meritano un cenno le cornici dei finestrini posteriori – ciechi – la cui forma ovale è stata attenuta avvolgendo del filo di rame sullo stelo di un piccolo cacciavite e poi tagliando la molla ottenuta in modo da avere a disposizione più anelli; poi con le pinzette ho prodotto una pressione ai lati dell’anello fino a ottenere la curvatura richiesta, ho tagliato gli spuntoni di filo che incrociavano sulla cuspide e poi ho pressato il tutto tra i becchi piatti di una pinza; un breve ritocco con lima e pinzette e il gioco è stato fatto.

Le cornici dei finestrini in rame in primo piano

Le foto mettono in mostra le varie materie prime – sempre di uso quotidiano o addirittura di scarto – usate per la costruzione a costo zero.

Modello quasi ultimato visto dall’alto

La verniciatura è sempre a bomboletta di nero semilucido preceduta da una mano di primer anch’esso in bomboletta, mentre le ruote e i panconi sono in rosso vagone e rosso segnale. Alcuni particolari come le valvole Coale, i rubinetti di immissione in caldaia e le lanterne sono in color ottone.

Di seguito una galleria di immagini del modello finito.

Locomotiva diesel F.S. D236

Era già nelle mie intenzioni costruire questa caratteristica locomotiva da manovra delle FS di origine tedesca, ma il fatto che nel frattempo il modello fosse stato messo sul mercato fece venir meno in me la voglia di realizzarlo. Si verificarono però alcune concomitanze impreviste che riportò alla mia attenzione il progetto: un telaio Minitrix senza motore acquistato a pochi euro e il ricordo di una foto molto originale su un libro dedicato alle Ferrovie Suzzara – Ferrara edito almeno 20 anni or sono, in cui si vedeva benissimo il lato sinistro del cassone aperto con ampia visuale sul motore, con le tre paratie aperte. Questi elementi bastarono a far scoccare la scintilla.

Modello finito con motore termico a vista

La motorizzazione è stata eseguita con una vite senza fine proveniente dalla scatola dei ricambi, il motore cilindrico con diametro 8 mm idem e quindi sono partito da lì: dopo aver verificato che la meccanica trapiantata funzionasse a dovere mi sono dedicato alla realizzazione della porzione di motore – finto – che si sarebbe dovuta vedere attraverso le paratie aperte: se non fossi riuscito a realizzare il motore in grado di dare la sensazione delle dimensioni del propulsore e allo stesso tempo stare all’interno del cofano senza interferire con il motore – vero – tutta la fatica di aprire un fianco del cofano metallico sarebbe risultata vano e quindi è sempre bene partire dagli elementi più critici: sistemati quelli il resto sarà divertimento puro altrimenti ci troveremo di fronte ad una frustrazione costante e perniciosa.

Telaio Minitrix e motorizzazione trapiantata

Misurati gli spazi disponibili ho usato plastica da 0,5 mm e 0,3 mm in modo che il complesso desse la giusta sensazione di spessore e potenza e ho corredato con i vari filtri e tubi ottenuti da guaina di filo elettrico e spezzoni di filo di rame. Ovviamente non avevo la minima idea della forma del motore diesel della loco e quindi la foto sul libro di Muratori è stato fondamentale. Lo ripeto: senza un’adeguata documentazione fotografica e bibliografica non si va lontano dalla banalità dei mezzi commerciali.

Motore e portelli: le misure si ricavano dalla carta millimetrata di fondo

Archiviato il finto propulsore (e verniciato) sono passato a tagliare la fiancata in metallo.

Apertura nel cofano

Ho quindi limato i bordi in modo da dare ortogonalità all’apertura e poiché i portelli originali erano inservibili li ho ricostruiti con plastica da 0,3 mm su cui ho fissato una griglia ricavata da una lastra in fotoincisione e li ho fissati sulla fiancata in modo da dare la sensazione dei tre portelli aperti per poter eseguire la normale manutenzione, ma anche solo per migliorare l’aerazione nel mesi più caldi.

motore nel cofano e pertelli al loro posto

La verniciatura è eseguita a pennello con colori acrilici con la livrea degli anni ’50 in coerenza con il mio parco macchine e il mio periodo di riferimento preferito.

Parte posterire con piccoli interventi

Vista di lato con l’ampia visuale sul motore

Credo opportuno sottolineare che questa elaborazione ha molte possibilità di utilizzo in quanto se si desidera usare un telaio senza motore si può benissimo ambientare il modello in un angolo del deposito, usarlo in doppia trazione con una motrice dotata di motore, oppure realizzare un succoso diorama in cui le maestranze si alternano sul praticabile per eseguire la manutenzione del motore: le possibilità della fantasia sono illimitate … dipende solo da noi.

Locomotiva a vapore F.S. Gr 981

A vedere il modello di questa macchina tanto brutta quanto inusuale realizzato in modo così magistrale in HO da MicroMetakit mi spinse alcuni anni or sono  a lanciarmi nell’impresa anche se sapevo che non ne sarei uscito vivo perché non potevo contare sull’esperienza maturata fino ad oggi e  le ruote a mia disposizione non erano del giusto diametro in quanto appartenenti – assieme al relativo telaio – ad una malridotta T3 di Arnold con almeno 40 anni di vita alle spalle. Diciamo che mi sono avvicinato a questa autocostruzione per capirne le difficoltà e quindi superarle quando fossi venuto in possesso di assi adeguati per un modello davvero in scala.

Il modello finito

Come dicevo per il telaio e le ruote sono partito da una base datata in cui ho fissato l’asse centrale in posizione disassata rispetto a quelli estremi semplicemente allargando il foro che accoglie l’asse nel telaio e incollandovi all’interno una piccola losanga di plastica.

Telaio e ruote Arnold con biellismo autocostruito

Le bielle di accoppiamento sono in alluminio così come il resto del biellismo, con spessori differenti.  Poi mi sono dedicato alla riproduzione dell’imponente gruppo cilindri a doppia espansione che serve sia il meccanismo primario sia quello della cremagliera (nel mio caso fisso perché non ho ancora i superpoteri!).

Dettaglio del gruppo cilindri

Come si evince dalle foto è composto da due facce in plastica da 1 mm distanziate da altri profilati in plastica e poi fasciato da una striscia del medesimo materiale. Nei fori di ingresso dei pistoni ho inserito dei piccoli rivetti di ottone per facilitare lo scorrimento degli steli delle bielle a slitta all’interno dei cilindri. La forma “gobba” del gruppo suggerisce che il gruppo a bassa pressione che serve la cremagliera avrà la slitta di scorrimento del relativo biellismo più all’interno di quello principale ad alta pressione.  Ho quindi realizzato il meccanismo a bassa pressione dove la ruota piena, che al vero fa muovere la ruota dentata, è un asse di carro merce danneggiato ed incollato in sede dopo averlo forato per fissare la biella motrice (fissa) che si collega alla relativa slitta, seguita dal resto del biellismo eseguito – viste le dimensioni – con filo armonico di ottone schiacciato.

Bilellismo e zona AP BP

La carrozzeria è in plastica secondo la consuetudine di usare materiali semplici e di basso costo. Il problema era che il motore Arnold usciva dal profilo della cassa e non volendo cambiare motore perché – lo ricordo: questa era una sperimentazione – ho escogitato un trucco indegno ma funzionale.

Cassa in plastica in progress

Ho notato dalle numerose foto in mio possesso che spesso sul retro della cabina era fissato il cartello di fine convoglio a strisce bianche e rosse e quindi ho provveduto a creare un’apertura nel centro della carrozzeria che permettesse al supporto motore di uscire di meno di 1 mm; quindi a verniciatura avvenuta ho incollato il cartello sopra il buco e …il gioco è stato fatto.

Parte posteriore con il foro per il supporto motore

Le chiodature sulle casse d’acqua sono realizzate con il solito metodo dell’incisione inversa su lastra di alluminio con punta da tracciare, mentre i duomi derivano dalla mia collezione di penne biro non più funzionanti opportunamente limate e modificate. Merita un cenno a parte il fumaiolo che è stato tornito con un normale trapano elettrico B&D partendo da materozze di scatole di costruzione. E’ stato forato e al suo interno ho collocato una lunga vite che entra nel gruppo cilindri ed assicura la casa al telaio.

Primo piano del muso e del fumaiolo che cela la vite di fissaggio

Vista posteriore

La verniciatura è a pennello e rispecchia lo schema FS con una passata di color ottone su valvole, bilanciere e rubinetti di mandata.

Primo piano del modello finito

Altre viste dall’alto del modello finito

A lavoro finito devo dire che tutto sommato il risultato non è poi così ignobile – a parte le ruote – e spero con l’ausilio di assi opportuni e dell’esperienza accumulata negli ultimi anni di poter realizzare un modello più consono, magari di una 980, usata oltre che in Calabria anche sulla linea di Volterra.

Sagoma limite F.S. per carri

Questa volta descrivo la costruzione di un apparato che non può mancare in uno scalo merci che si rispetti. La sagoma limite serve per assicurarsi che i carri a pieno carico non superino le dimensioni stabilite per evitare contatti con altri treni incrocianti o collisioni con strutture varie (ponti, gallerie, ecc). Ne esistono di varie fogge e difficoltà costruttive; io ho voluto cimentarmi nella versione forse più complessa, quella con stanti mobili e quindi la difficoltà maggiore è stata quella di rendere davvero girevoli  i riferimenti laterali e superiori.

Modello finito, prima della verniciatura

Ho utilizzato per la struttura verticale fissa un profilato ad H in ottone reperito presso il negozio Amati; l’ho tagliato di misura e incollato verticalmente in due basamenti in legno che andranno collocati ai lati del binario. Alla base ho poi incollato due fazzoletti triangolari di plastica da 0,5 mm per riprodurre la struttura di ancoraggio a terra. Naturalmente il posizionamento risentirà dello spessore della massicciata, ma in questo caso basterà tagliare la basetta di appoggio e separare le due parti della sagoma, posizionandoli specularmente tra loro e alla giusta distanza-altezza dal binario. La parte di sagoma limite superiore e laterale è in profilato a U di ottone anch’esso di Amati. Il profilato è stato prima ridotto di spessore nei bracci orizzontali (vedi foto) e poi inciso con una lima triangolare in modo da fare i tagli necessari alla piegatura: quindi con punta da trapano da 0,5 mm sono stati forati in modo da essere attraversati da un alberino di acciaio armonico che fungerà da cardine.

Dettaglio e rotazione degli stanti

Per completare il tutto ho aggiunto i profili verticali che delimitano l’ingombro laterale: sono in filo di acciaio armonico e sono fissati alla struttura principale con loctite. Sui due montanti ad H ho poi incollato – in alto e in basso – un tondino di rame da 1 mm in cui si andrà ad incernierare l’alberino verticale di cui sopra e che garantirà la rotazione della sagome limite. Per rinforzare l’articolazione ho avvolto i cardini con una fascetta di alluminio e incollato il tutto al montante ad H con loctite. La difficoltà maggiore risiede nel realizzare due semi unità (destra e sinista) perfettamente speculari e allineate verticalmente.

Modello finito. montato su una basetta di legno, separabile per il montaggio sul plastico

Personalmente ho costruito il tutto disegnandolo il modello finito su carta millimetrata e poi adagiandovi i pezzi per verificare le dimensioni e la loro specularità.

Altre due viste del modello finito con evidenza dell’articolazione

La verniciatura è a pennello in nero semilucido: facciamo attenzione che la vernice non coli dentro ai cardani altrimenti si bloccherà tutto. Chi vuole può verniciare con strisce bianche le parti mobili, ma io mi sono accontentato del nero uniforme…….